Decrescita: consumo e capitalismo nel 2040 (parte 3)

L’illimitata voglia di crescita ci spinge verso un utilizzo insostenibile delle risorse. Il dilemma della crescita ci ha incastrato fra il desiderio di mantenere una stabilità economica e la necessità di rimanere entro i limiti ecologici. Bisogna abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita; o rendiamo la crescita sostenibile, o rendiamo la non-crescita stabile; qualsiasi altra alternativa causa collassi o ecologici o economici. Una crescita del consumo perpetua non può essere la base per la stabilità, dobbiamo identificare chiaramente quali sono le basi per un’economia sostenibile. Con un nuovo modello la stabilità economica non avrà più bisogno della crescita continua dei consumi e le attività economiche potranno rimanere dentro i limiti ecologici.
Per costruire una società della decrescita bisogna cambiare radicalmente il sistema economico, attraverso una rilocalizzazione della produzione e del consumo dei beni e degli alimenti, una forte diminuzione dei movimenti di merci e capitali, una riduzione dei trasporti, un aumento del periodo di vita dei prodotti al fine di diminuire la massa dei rifiuti. Dobbiamo avere sia prudenza ecologica sia prudenza economica nazionale, per frenare i meccanismi automatici che causano danni sociali e competizione di status.
E’ possibile avere dei tassi di crescita molto bassi senza necessariamente incorrere in aumenti della disoccupazione e turbolenze socio-economiche. Un determinato insieme di politiche (di cui le due principali sono una tassa sulle emissioni di gas nocivi e una diminuzione degli orari di lavoro) può essere in grado di garantire contemporaneamente alta occupazione, basso inquinamento e ridotti livelli di debito pubblico con l’estero anche in assenza di crescita economica. La decrescita non deve essere sinonimo di rinuncia: si tratta di diminuire ciò che non contribuisce al benessere individuale e sociale pur avendo effetti positivi sul Pil. Consumare meno può migliorare il benessere. Gandhi la chiamava “semplicità volontaria”: una vita in apparenza semplice, ma interiormente ricca.
Dobbiamo costruire strutture che diano alla gente la capacità di prosperare in modi meno materialistici. Non dobbiamo rifiutare automaticamente la novità e la produttività, ma trovare la giusta via di mezzo che è andata persa nelle nostre vite, nelle istituzioni e nell’economia. Lo stesso equilibrio deve essere ritrovato fra l’individualismo e l’altruismo, l’importanza del lavoro pubblico e sociale per il benessere delle persone.

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