L’ITALIA NEL 2013
L’Italia – come altre nazioni – è diventata più ricca negli ultimi 50 anni, ma non è diventata più felice. Ha perso i suoi sogni di una società più giusta, più ricca umanamente, più colta e più solidale. La patria storica del comuni ha smesso di mettere al centro della sua vita sociale la comunità locale. Abbiamo sostituito la ricerca della felicità con la ricerca della crescita del Pil (Prodotto interno lordo), e ora che il sistema economico globale sta attraversando la crisi più profonda dopo la Grande Depressione statunitense del 1929, non abbiamo più né la crescita né la felicità di una vita ricca di valori che la rendano degna di essere vissuta.
La nostra vita ha perso significato, intrappolata nella gabbia “lavoro – guadagno – spendo – consumo – getto via”. Siamo diventati dei criceti che corrono su una ruota che non li porta da nessuna parte. E ora che la ruota si è rotta, ci stiamo accorgendo che siamo chiusi in una gabbia, ne avvertiamo tutta la mancanza di significato e soffriamo, soprattutto se giovani, per il fatto che crediamo di non poter immaginare, progettare e costruire un futuro diverso. La cosa più insostenibile è che i giovani non sognano più. Siamo un paese di disoccupati. Ufficialmente due milioni e mezzo, il tasso ufficiale di disoccupazione per i giovani sfiora il 36%, ma se si aggiungono gli “scoraggiati” (chi non studia né cerca un lavoro) e i precari il numero sale sensibilmente. Non solo: i laureati sono pochi (solo il 15% dei lavoratori) e i ricercatori ancora meno (3 ogni mille occupati), entrambi fra i livelli più bassi d’Europa. Siamo un democrazia incompiuta: l’indice della Freedom House ci mette al 49esimo posto per grado di livello di democrazia, libertà politiche, libertà di stampa e diritti umani e siamo al 72esimo posto nell’indice internazionale sulla trasparenza e corruzione, solo la Grecia è più corrotta di noi in Europa.

Il problema dell’euro
Il problema dell’euro risale alla sua concezione; la moneta unica è stata creata con un approccio dall’alto verso il basso, senza però pensare all’effetto che avrebbe avuto sul cittadino medio europeo. E’ una moneta paralizzata, perché manca un Ministero del Tesoro Centrale che ridistribuisce le tasse dagli Stati più ricchi a quelli più poveri, ogni mese, automaticamente, come avviene in America, senza dovere aspettare approvazioni burocratiche da nessuno. Lo stato di New York per esempio, non impone ogni mese allo stato del Mississippi misure d’austerità prima di fargli credito, come fa invece la Germania con la Grecia. Gli stati ricchi pagano le loro tasse al Tesoro ogni mese automaticamente, punto e basta; e il Tesoro decide come ridistribuire questi fondi. Finché l’Unione Europea non farà la stessa cosa, non avremmo mai davvero un sistema economico europeo unico.
Inoltre la Banca Centrale Europea non può ancora emettere eurobond per sostenere i Paesi in crisi, come può invece fare la Fed in America. L’Euro perciò ha finora privilegiato solo paesi con forti esportazioni e con monete forti, come la Germania. Nel 2002, il marco tedesco era più forte dell’euro, cosicché con il cambio di valuta i prodotti tedeschi sono diventati più economici e la Germania più competitiva, mentre i Paesi con monete più deboli, come la Grecia, l’Italia e la Spagna, hanno sofferto per un valore dell’Euro tenuto artificialmente alto, e non potendo svalutare la propria moneta, si sono trovati con le proprie esportazioni molto più costose e meno competitive, il che ha fatto aumentare la disoccupazione. Sicuramente la politica, la corruzione e la burocrazia in Italia come in Grecia e in Spagna, hanno delle grandi responsabilità nella crisi che stiamo vivendo, ma con le nostre monete più deboli potevamo gestirci il nostro futuro, adesso è imposto da economisti che preferiscono l’austerità e la sofferenza del popolo, invece che l’austerità e la sofferenza delle banche, o una svalutazione della moneta, o l’uscita dall’euro di alcuni Stati. Quanto può un popolo andare avanti a soffrire finche non si rivolta?

Il problema del debito
Il Pil italiano nel 2011 è stato di 1.719 miliardi di euro, mentre il debito pubblico ha raggiunto i 2 mila miliardi di euro nell’estate 2012, pari a circa il 123% del Pil nazionale, molto al di sopra del parametro europeo che prevede un’incidenza massima del 60 % sul Pil, ed è in aumento costante ogni anno del 4-5%.
Il bilancio dello stato italiano nel 2012 è più o meno in pareggio, con entrate di 498 miliardi di euro e uscite per 500 miliardi, però 75 miliardi se ne vanno in interessi sul debito, di cui circa la metà, 37 miliardi, sono pagati a debitori esteri. L’11% del debito pubblico scade ogni anno e va rinnovato: attualmente l’Italia deve farsi prestare almeno 240 miliardi di euro all’anno per rifinanziare il debito.

Oggi la metà del debito pubblico italiano è in mano ad investitori esteri, fra i quali ci sono speculatori, banche e fondi di investimento. Gli interessi sul nostro debito sono stabiliti in base ai suggerimenti dalle agenzie di rating internazionali. il meccanismo dei rating è perverso, perché genera un circolo vizioso che tende a peggiorare la situazione, creando una sorta di profezia che si autoavvera, ed ha portato gli interessi sul debito italiano a picchi del 6-7%, cifre insostenibili.

Il problema del consumismo
La tristezza che vediamo in così tante vite ci dice che il successo materiale non è abbastanza. Ci ha portato a una bancarotta spirituale e morale. Dobbiamo riportare nella società un senso più profondo dei motivi per cui viviamo. I beni di consumo forniscono una nuova lingua simbolica con la quale comunichiamo nella società moderna. La società consumatrice è diventata una società globale: siamo ossessionati dai beni materiali, consumati dal consumismo.
I beni materiali sono diventati la stoffa della nostra vita. Ma la prosperità non è sinonimo di ricchezza materiale: la società dei consumi ha sorpassato il punto critico dove il materialismo ormai fa diminuire il nostro benessere. Ansiosi di scappare dal ciclo del lavoro e dello spendere, soffriamo della fatica di vivere questa vita moderna. Valori materialistici come essere famosi e avere successo finanziario sono psicologicamente opposti a valori come l’approvazione di se stessi e il senso d’appartenenza ad una comunità. E’ tuttavia dimostrato che le persone con valori intrinseci sono più felici e hanno un livello di responsabilità ambientale e sociale più alta di quelle con valori materialistici.

La cultura del consumo manda tutti i segnali sbagliati, penalizzando un comportamento più ambientale e sociale e rendendo difficile vivere sostenibilmente senza sacrifici personali. L’industria pubblicitaria alimenta gli onnipresenti media che ci spingono sempre di più a consumare. L’americano medio, ovvero il simbolo del consumatore perfetto, vede 300 messaggi pubblicitari al giorno. L’acquisto di abbigliamento è raddoppiato in 20 anni. La combinazione dei media elettronici di massa e di un’industria di pubblicità di massa ha prodotto un consumo di massa mai visto nella storia dell’umanità. Il consumo di beni è diventato nella società moderna sinonimo di felicità, ma i livelli di felicità più consumiamo, più s’abbassano.

Il problema del Pil e della crescita
Come dice l’economista indiano Amartiya Sen, “scegliere gli indicatori significa scegliere i fini ultimi della società”. In 50 anni abbiamo triplicato il Pil senza aumentare la felicità. Le ricerche infatti dimostrano che dopo avere raggiunto i fabbisogni di base (cibo, casa, trasporto, sanità) la felicità di un individuo non aumenta più attraverso altri aumenti del consumo. Infatti, il Pil non è stato creato per misurare il benessere ma per misurare la produzione. Nel 2010 abbiamo utilizzato 1,5 volte le risorse annue a nostra disposizione per sostenere i nostri livelli di produzione e consumo; oltretutto anche agendo così siamo riusciti solo a dare un alto tenore di vita al 20% della popolazione mondiale, per 6 miliardi di persone su 7 miliardi, il sistema capitalistico della crescita tramite consumismo non ha funzionato. Appare chiaro che la riduzione che dobbiamo operare è veramente drastica.

Il Pil non cattura il modo in cui il reddito viene distribuito all’interno del sistema economico. Se ci fossero dieci persone in uno stato e quest’anno ognuna di esse guadagnasse 10 mila euro all’anno, il Pil sarebbe di 100 mila euro. Ma se l’anno prossimo, di queste dieci persone, una guadagna 100 mila euro e tutti gli altri solo mille euro, il Pil sarebbe aumentato a 110.000 euro, con un Pil pro capite di 11.000 euro, senza però evidenziare che nove persone su dieci stanno peggio di prima e una sola si è arricchita. Questo è esattamente quello che sta succedendo nel sistema attuale.

Il Pil ha molti punti deboli: non misura quelle attività che non hanno un corrispettivo monetario, ma che sono comunque produttive, come il lavoro domestico e il volontariato. Il Pil non misura i capitali naturali: se si estrae petrolio da un giacimento, il Pil calcola la vendita dei prodotti, ma non la riduzione permanente del giacimento. Non viene fatta alcuna distinzione tra produzioni benefiche e nocive , le cosiddette spese difensive: tutte quelle spese effettuate per difendersi dagli effetti negativi o problematici della crescita, come l’urbanizzazione, il traffico, l’inquinamento, l’insicurezza, lo stress, l’impoverimento delle relazioni sociali, il peggioramento della salute. Un fiume che viene inquinato è doppiamente positivo per il Pil, una prima volta per la produzione inquinante e una seconda per le attività di risanamento. Il Pil non conteggia le esternalità: conta tutti i beni, i beni capitali e servizi prodotti ma non conta le risorse naturali né il capitale umano; comprende l’ammortamento sui beni prodotti ma non conta l’ammortamento per le risorse naturali. Eppure, gli scienziati stimano che l’ecosistema globale rinnovabile (esclusi le fonti non rinnovabili e i minerali) vale il doppio del Pil mondiale. Ma non viene contato. Se lo contassimo, ci accorgeremmo che ogni anno il nostro capitale totale non sta aumentando, ma diminuendo rapidamente. Il Pil, insomma, come ha detto Robert Kennedy, misura tutto tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta.

Il problema del capitalismo
Il capitalismo è in crisi. Il sistema capitalistico della crescita illimitata, trainato dalla ricerca dei profitti sempre maggiori, considera solo marginalmente i propri effetti globali, dal saccheggio delle risorse naturali all’inquinamento della biosfera, ed è diretto in questo modo verso la propria auto-distruzione. La fissazione sulla crescita ha formato l’architettura di base dell’economia moderna, ha motivato la libertà date al settore finanziario, è responsabile dell’allentamento delle regolazioni finanziarie, dell’estensione eccessiva del credito, e della proliferazione di prodotti derivati instabili, e ci ha portato al peggior tracollo economico da un secolo a questa parte.
Da decenni la deregolamentazione dei mercati finanziari è vista come il miglior modo per stimolare la domanda, con un’ossessione sui profitti a breve termine: fino agli anni Settanta le azioni di una società quotata erano possedute dagli investitori in media sette anni ed erano visti come investimenti di lungo periodo: oggi la media è di sei mesi; la speculazione di massa ha trasformato i mercati in casinò. La totale deregolamentazione crea danni sociali: nei mercati non regolati, la società è meno equa, sono più alte le emissioni di co2 pro capite, la mortalità infantile, le gravidanze tra gli adolescenti, l’obesità, la depressione, i livelli di angoscia, gli omicidi e le malattie mentali, mentre sono più bassi l’alfabetizzazione, la mobilità sociale, la fiducia e le aspettative di vita.

Nel sistema del capitalismo, le banche private sono i veri artefici della creazione di nuovo potere d’acquisto per alimentare il consumismo. Nei paesi occidentali infatti le banche centrali stampano solo il 3% delle banconote, tutto il resto è ormai formato da denaro creato da banche private. Il 77% del denaro creato dalle banche private è per mutui e prodotti finanziari, creando bolle economiche ed inflazione, solo il 23% è investito nell’economia vera, che da lavoro al 98% delle persone. Una complessa dinamica sociale e uno sfrenato processo d’innovazione continua guidano il “motore della crescita” e ci rinchiudono nella gabbia del consumismo. Il consumismo è nato per proteggere il modello economico della crescita, ma promuove una forte competizione di status e porta a gravi danni sociali. La cultura del consumismo è trasmessa attraverso le istituzioni, i media, le norme sociali, che incoraggiano le persone ad esprimersi e identificarsi tramite i beni di consumo. Siamo tutti responsabili.

La crescita del consumo senza precedenti avvenuta tra il 1990 e il 2007 è stata alimentata da una massiccia espansione del credito. L’ossessione verso la crescita è il singolo fattore dominante di un sistema economico e politico che ha portato il mondo sull’orlo del disastro; e se ascoltiamo i nostri “leader”, da Obama a Monti alla Merkel, tutti continuano a parlare dell’importanza della crescita perpetua; nonostante gli stessi fondatori della macro economia, J.S Mills e J.M. Keynes abbiano riconosciuto la necessità e la desiderabilità di muoversi un giorno verso uno “stato di capitali e ricchezza stazionario”. La supposizione semplicistica che l’efficienza del capitalismo e della tecnologia ci aiuterà a stabilizzare il clima e a proteggerci contro la scarsità delle risorse è, purtroppo, un’illusione. Un’economia costruita sull’espansione perpetua, finanziata con l’indebitamento finalizzato ai consumi, è insostenibile ecologicamente, problematica socialmente e instabile economicamente.

Il mondo non si è mai retto su un modello di consumo usa-e-getta. La saggezza di intere civiltà, dagli antichi Egizi fino ai nostri nonni contadini, ha sempre sostenuto che le risorse naturali sono una benedizione non infinita. Il modello della crescita infinita del Pil causa produzione di massa, consumo di massa e rifiuti di massa e considera le risorse naturali come potenzialmente infinite.
L’economia della crescita infinita è basata sulla produzione e sul consumo di novità continue; il governo rafforza questo modello come guida della crescita. La dipendenza alle novità continue sta alla pari con la dipendenza alla produttività, ma la crescita non porterà ad un’utopia materialistica, ad un mondo pieno di beni senza fine. Continuando in questo modo invece i nostri figli erediteranno un clima ostile, l’esaurimento delle risorse naturali, la distruzione degli habitat, la decimazione delle specie, scarsità di cibo e acqua, migrazioni di massa e guerre. Bisogna trasformare questo modello, a partire dall’Italia, tramite una Grande Transizione, per andare verso un futuro sostenibile. L’intelligenza e l’operosità degli italiani non è venuta meno, aspetta solo un’occasione per manifestarsi.

L’Italia nel 2040
Nell’Italia che vedo, dovremo misurare la prosperità con metriche diverse. Promuoviamo il risparmio invece del consumo, la stabilità invece che la crescita. Investiamo i nostri risparmi in eco-bonds. Il debito pubblico diventa nazionale, la moneta anche: torniamo ad essere padroni del nostro destino. Lo Stato e le aziende italiane formano una partnership ed insieme investono nell’infrastruttura e nell’economia del 21esimo secolo, portando occupazione a milioni di persone, soprattutto giovani, che tornano a sognare. Un’economia sostenibile finanziata dai cittadini italiani, che diventano i veri artefici della Grande Transizione.

Come risolvere il pasticcio dell’euro
O l’ Unione Europa sviluppa un governo centrale più forte con gli stessi poteri di e le stesse responsabilità del Treasury negli Stati Uniti, ridistribuendo automaticamente ogni mese le tasse dai paesi più ricchi a quelli più poveri, o per l’Italia è meglio lasciare l’euro prima che crei danni irreversibili. Per essere più precisi, teniamo l’euro e introduciamo una nuova Lira, inizialmente con un cambio uno ad uno con l’euro. Con la nuova Lira gli stipendi saranno di nuovo in Lire, i mutui in Lire, i debiti in Lire, tutti i contratti, debiti, azioni, pensioni, etc. passano alla nuova valuta; tuttavia, lo Stato dovrebbe garantire che il valore dei risparmi e dei conti in banca rimanga ancorato all’euro, in modo da evitare la fuga di capitali. La cifra che deve essere garantita dallo Stato (magari sotto forma di obbligazioni statali) è la differenza tra il valore dei risparmi in euro prima della reintroduzione della Lira e il valore dei depositi dopo la svalutazione della nuova Lira sull’euro (che probabilmente sarà intorno al 20%). Protetti i risparmi, la svalutazione della Lira ci permetterà di essere competitivi di nuovo, incentiverà l’acquisto di prodotti nazionali e minimizzerà le importazioni.

Usciremo dall’euro, ma senza uscire dall’Unione Europea: le frontiere aperte restano aperte. Certo, dovremmo importare energia, e i prodotti che aumenteranno di prezzo più di tutti saranno il petrolio (un buon motivo per investire sulle energie rinnovabili e mezzi di trasporto pubblici) e i beni di consumo elettronici che non produciamo; ma con la nuova Lira i nostri prodotti saranno più economici e diventeremo più competitivi sull’esportazioni. Aumenterà il turismo, venderemo più FIAT ed importeremo meno macchine tedesche e giapponesi; gli stabilimenti ricominceranno a produrre, ripartirebbe il mercato interno e l’occupazione. I debiti con le banche estere dovranno subire un taglio pari alla svalutazione della nuova Lira. Le banche estere non saranno contente, ma se ne faranno una ragione: hanno speculato quando l’Italia era sull’orlo del baratro, ed è ragionevole che subiscano una perdita associata al rischio che si erano presi. Ma agli italiani, che operano nel mercato nazionale, che si rinforzerà, non importerà un gran che della svalutazione della nuova Lira con l’estero.

L’Italia attualmente è pressappoco in pareggio di pagamenti tra importazioni e esportazioni; dopo questa iniziale svalutazione del 20% della nuova Lira, grazie alla moneta più debole potremmo passare ad un attivo della bilancia commerciale (come in Germania, Cina e Giappone) e l’economia si riprenderà rapidamente.

Come risolvere il problema del debito
Il debito pubblico non è necessariamente una cosa negativa se è un debito che lo Stato ha con i propri cittadini, specie se questi ultimi hanno da parte una consistente quantità di risparmio privato. Il Giappone detiene il record di un rapporto debito/Pil che si avvicina al 200%, una percentuale che sarebbe insostenibile per qualsiasi altro paese, ma che in questo caso non determina alcun allarme perché il 95% del suo debito pubblico è detenuto dagli stessi risparmiatori giapponesi. La trasformazione del debito pubblico in debito prevalentemente domestico consente di tenerlo alla larga dalla speculazione internazionale. Se il debito degli italiani fosse in mano agli italiani, lo Stato e i cittadini insieme potrebbero determinare tassi di interessi più sostenibili del 4%, esente da imposte.
L’Italia ha un grosso vantaggio: anche se il debito pubblico è alto, il debito privato dei cittadini è basso. Gli italiani hanno un debito privato del 44% del loro reddito, contro l’82% della media europea e il 128% degli Usa. Siamo trentesimi al mondo come Pil pro capite (28.000 euro), ma le famiglie italiane si trovano al quinto posto nel mondo per ricchezza finanziaria posseduta.
La ricchezza degli italiani è ampiamente sufficiente per sostenere integralmente il debito pubblico nazionale: gli italiani hanno un patrimonio di quasi 9.500 miliardi di euro, di cui il 38% in attività finanziarie, pari a più di 500 miliardi di euro. Una ricchezza male distribuita (il 10% più ricco della popolazione possiede il 45% della ricchezza totale), ma che è più di dieci volte superiore a quanto serve ogni anno allo stato per rifinanziare il debito pubblico in scadenza.
Questo non è il momento di introdurre nuove misure d’austerità per una nazione già con l’acqua alla gola come l’Italia. Non è neanche il momento di continuare ad indebitarsi con banche e istituzioni estere, legandoci indefinitamente alla loro sorte. Se dobbiamo aumentare il debito pubblico per investire nel futuro dell’Italia, facciamolo creando una partnership fra lo stato e i cittadini, un vero Green New Deal, con investimenti massicci in lavori pubblici, non “Grandi Opere” ma migliaia di progetti su territorio, nelle comunità, dove avranno più impatto, dando così milioni di posti lavoro ai giovani. Un investimento pari al 5% del Pil (100 miliardi di euro) all’anno, nel Green New Deal, darebbe lavoro in Italia a un milione e mezzo di persone.

Il Green New Deal italiano dovrebbe dunque mirare a raccogliere dagli italiani fondi pari a 270 miliardi di nuove lire (inizialmente pari a 270 miliardi di euro quando la nuova lira verrà introdotta con una parità uno-a-uno) all’anno per 10 anni: 50 miliardi per ripagare i debiti pubblici detenuti dalle banche estere, offrendogli circa 40 centesimi per euro di debito (come ha fatto la Grecia nel Dicembre 2012), risparmiando così anche circa 37 miliardi di interessi sul bilancio all’anno, 120 miliardi per ripagare debiti pubblici domestici (rimborsati al 100%, magari sotto forma di eco-bonds appunto) e 100 miliardi all’anno per finanziare la Grande Transizione. Diminuendo le esenzione per il primo milione di euro sulla tassa di successione (che rimane al 4%) ed introducendo una tassa patrimoniale sulla fortuna dell’1% all’anno per i patrimoni superiori a 500.000 Euro, come in Svizzera, potremmo ricavare circa 70 miliardi all’anno di tasse in più. Gli altri 200 miliardi dovranno essere raccolti sotto forma di eco-bonds con interessi del 4%, esenti da tasse.

Questi eco-bonds potrebbero anche essere obbligazioni convertibili in azioni, dando così la possibilità agli italiani di diventare non solo creditori ma anche azionisti delle aziende che stanno costruendo il nostro futuro. Entro 10 anni il debito sarebbe completamente in mano agli italiani ed avremmo investito mille miliardi di nuove lire in un’economia sostenibile, eliminando la disoccupazione e creando l’infrastruttura del 21esimo secolo: energia rinnovabile, rete elettrica intelligente, internet e telecomunicazioni veloci e affidabili, trasporti pubblici efficienti, agricoltura biologica, riciclo delle acque e dei rifiuti, bioedilizia, restauro di centinaia di migliaia di edifici, spazi verdi, investimenti nel ecoturismo, cultura ed artigianato.

Decrescita: consumo e capitalismo nel 2040
La crescita economica non ha realizzato una delle grandi speranze di cui si era alimentato il suo mito: liberare l’uomo dalla necessità di lavorare. L’avvento della tecnologia non ha aumentato il tempo libero o il benessere: al contrario, l’aumento della produttività si è tramutato in un aumento del reddito pro capite invece che in una diminuzione delle ore lavorate.
Bisogna ritornare ai fondamentali: dopotutto, l’economia (e il denaro) non esistono in natura, ma sono un’invenzione umana che dovrebbe servire a farci stare meglio. Invece le risorse naturali sono un dato di natura. Ecco perché, di fronte ad una crisi legata all’esaurimento delle risorse energetiche fossili, all’aumento dei prezzi delle materie prime e a una stagnazione dell’attività economica che non sembra risolvibile con nessuno dei metodi tradizionali, abbiamo bisogno di una mentalità nuova che non deve necessariamente essere basata sulla crescita. Come dice l’economista americano Nouriel Roubini, uno dei pochi a prevedere la crisi del 2008, “per stabilizzare le economie di mercato liberali serve un ritorno al giusto equilibrio fra i mercati e provvedimenti per il bene pubblico. Qualsiasi modello economico che non risolva le disuguaglianze avrà prima o poi una crisi di legittimità.”
L’economia dovrebbe adattarsi alla realtà fisica della Terra, che non è illimitata. Gli economisti dovrebbero quindi riflettere di più e meglio su come sia possibile immaginare un sistema economico dove l’interruzione della crescita possa sposarsi con uno sviluppo prospero degli individui e della società. La finanza deve tornare a fare il proprio mestiere, che è quello di supportare la crescita delle attività davvero positive per l’umanità e il pianeta.

Per prima cosa, dobbiamo ristrutturare il sistema monetario per fare tornare il potere di creare il denaro in mano alla banca d’Italia, e non alle banche private. Le banche devono tornare a fare il lavoro per cui sono state create: essere l’intermediario tra i risparmiatori e chi chiede prestiti, non per creare il 97% del denaro. Quando le banche private erogano prestiti devono trasferire denaro vero da risparmiatori a chi chiede il prestito, non creare denaro dal nulla, aumentando il debito privato. Dobbiamo poi evitare una crescita artificiale dell’economia creata dalle banche semplicemente aumentando la liquidità monetaria; dividendo il ruolo di creare denaro e le decisioni di come spenderlo fra due enti separate del governo, per evitare conflitti d’interessi. Per terza cosa, dobbiamo creare denaro solo quando l’inflazione è bassa e stabile, per evitare continue bolle economiche sempre più dannose. Infine, il denaro creato dalle banche deve essere investito nell’economia reale, dove lavorano il 98% delle persone, non solo nel mercato immobiliare e prodotti finanziari, e le banche devono essere più trasparenti su come investono i nostri risparmi.

Modificare l’assetto economico è una sfida imponente considerando quanto i suoi meccanismi si siano ormai radicati nei comportamenti individuali, d’impresa e di governo. Ma è una sfida che può essere vinta, abbandonando il consumismo e concentrandosi su un’economia affidabile, capace di resistere agli shock esterni.
La popolazione e le risorse fisiche sono le due sole grandezze che devono rimanere costanti, in equilibrio. Al contrario, qualsiasi attività che non impegni troppe risorse non rinnovabili e non contamini gravemente l’ambiente può continuare a svilupparsi senza limiti, come l’istruzione, l’arte, la musica, la letteratura, la religione, la filosofia, la ricerca scientifica, lo sport o le attività sociali.
A questo proposito, l’economista John Maynard Keynes disse: “Idee, conoscenza, scienza, ospitalità, viaggi, queste sono cose che per natura devono essere internazionali; ma lasciate che i beni siano prodotti localmente ogni qualvolta che ciò sia ragionevole e conveniente, e soprattutto, che la finanza sia principalmente nazionale.”
La crescita dei redditi non vuole automaticamente dire crescita del benessere ed infatti a volte ottiene l’effetto opposto. Il Paradosso di Easterlin (o paradosso della felicità) afferma che quando il livello di reddito è basso, un suo aumento è in grado di esercitare un forte aumento positivo sul benessere; ma quando il reddito è già alto, ogni nuovo aumento ha un impatto sempre minore. Questo appiattimento avviene in particolar modo dopo il raggiungimento di un livello di reddito pari ai 15 mila euro pro capite l’anno in un paese sviluppato, che coincide all’incirca con il reddito sufficiente a soddisfare i bisogni di base (cibo, acqua, alloggio, abbigliamento, assistenza sanitaria). Non si deve perciò abbandonare la crescita in tutto il mondo, ma la si può concentrare nei paesi più poveri dove può ancora fare una vera differenza.
L’illimitata voglia di crescita ci spinge verso un utilizzo insostenibile delle risorse. Il dilemma della crescita ci ha incastrato fra il desiderio di mantenere una stabilità economica e la necessità di rimanere entro i limiti ecologici. Bisogna abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita; o rendiamo la crescita sostenibile, o rendiamo la non-crescita stabile; qualsiasi altra alternativa causa collassi o ecologici o economici. Una crescita del consumo perpetua non può essere la base per la stabilità, dobbiamo identificare chiaramente quali sono le basi per un’economia sostenibile. Con un nuovo modello la stabilità economica non avrà più bisogno della crescita continua dei consumi e le attività economiche potranno rimanere dentro i limiti ecologici.
Per costruire una società della decrescita bisogna cambiare radicalmente il sistema economico, attraverso una rilocalizzazione della produzione e del consumo dei beni e degli alimenti, una forte diminuzione dei movimenti di merci e capitali, una riduzione dei trasporti, un aumento del periodo di vita dei prodotti al fine di diminuire la massa dei rifiuti. Dobbiamo avere sia prudenza ecologica sia prudenza economica nazionale, per frenare i meccanismi automatici che causano danni sociali e competizione di status.
E’ possibile avere dei tassi di crescita molto bassi senza necessariamente incorrere in aumenti della disoccupazione e turbolenze socio-economiche. Un determinato insieme di politiche (di cui le due principali sono una tassa sulle emissioni di gas nocivi e una diminuzione degli orari di lavoro) può essere in grado di garantire contemporaneamente alta occupazione, basso inquinamento e ridotti livelli di debito pubblico con l’estero anche in assenza di crescita economica. La decrescita non deve essere sinonimo di rinuncia: si tratta di diminuire ciò che non contribuisce al benessere individuale e sociale pur avendo effetti positivi sul Pil. Consumare meno può migliorare il benessere. Gandhi la chiamava “semplicità volontaria”: una vita in apparenza semplice, ma interiormente ricca.
Dobbiamo costruire strutture che diano alla gente la capacità di prosperare in modi meno materialistici. Non dobbiamo rifiutare automaticamente la novità e la produttività, ma trovare la giusta via di mezzo che è andata persa nelle nostre vite, nelle istituzioni e nell’economia. Lo stesso equilibrio deve essere ritrovato fra l’individualismo e l’altruismo, l’importanza del lavoro pubblico e sociale per il benessere delle persone.

Indici diversi per misurare la prosperità del 2040
Esiste una crescita positiva e sostenibile, ma anche una crescita negativa, che crea danni a lungo termine. E’ una crescita positiva quella dei posti di lavoro, delle energie rinnovabili, del benessere e dell’istruzione, quella dell’agricoltura biologica o dell’architettura sostenibile, la crescita dei risparmi delle persone, la crescita degli stipendi basata sulla meritocrazia. Ma non abbiamo bisogno, nel nuovo sistema, di una crescita del Pil, di una crescita ossessionata della produzione, di una crescita dei profitti. Abbiamo bisogno di misurare la prosperità con indici diversi.
Il progresso di una società si dovrebbe misurare in base al livello di felicità della popolazione, utilizzando non solo indici che misurano i cambiamenti positivi a livello individuale, ma anche quelli che avvengono a livello della società grazie a un forte effetto di diffusione. Per misurare il benessere, per misurare la prosperità di una società, abbiamo quindi bisogno subito di indici alternativi. Ce ne sono tanti, e i più interessanti sono elencati sotto: anche se farebbe comodo rimpiazzare il Pil con un indicatore singolo, serviranno probabilmente diversi indicatori per misurare le diverse variabili.

L’Impronta Ecologica: misura l’impatto della società umana sugli ecosistemi. Calcola l’ammontare di terra biologicamente produttiva necessaria per sostenere una determinata popolazione, in base ai suoi stili di produzione e consumo, a tutti i materiali che vengono utilizzati nel processo economico, alla coltivazione degli alimenti consumati e all’assorbimento di rifiuti ed emissioni, oltre che la terra necessaria ad ospitare infrastrutture.
L’Indice di sviluppo umano HDI (Human Development Index) dell’Onu valuta la qualità della vita, calcolando l’aspettativa di vita, l’istruzione e il reddito.
Lo GPI (Genuine progress index) sottrae le spese negative dal Pil, come ad esempio i costi a lungo termine legati ai danni ambientali, la riduzione delle risorse e dell’ozono, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, la perdita di foreste, paludi e terreni agricoli; sottrae i costi sociali come il crimine, il costo delle rotture famigliari e dell’inquinamento acustico; aggiunge il volontariato e lavoro domestico, ed è adattato in base alla distribuzione del reddito, del tempo libero, della durata della vita dei beni capitali e delle infrastrutture pubbliche. Il Pil in 50 anni si è triplicato, ma il GPI è salito solo leggermente.
L’Happy planet index e La felicità interna Lorda: Misurano gli anni di “vita felici” rispetto alla sostenibilità ambientale. Il Costa Rica è il primo paese al mondo. Oltre a misurare il benessere materiale (ricchezza, reddito, consumo), misura anche lo stato di salute fisico e mentale, il livello di istruzione (conoscenza e comprensione del mondo in cui si vive), attività personali (tra cui il lavoro), il coinvolgimento nella vita politica e sociale, la qualità dei rapporti interpersonali, la qualità dell’ambiente presente e futura, la sicurezza economica e fisica.

Anche in campo economico ci sono indicatori economici migliori del Pil:
L’Indice dei risparmi netti della banca mondiale: misura il risparmio lordo e gli investimenti nell’istruzione meno l’esaurimento delle risorse naturali e i danni causati dall’inquinamento
Il MEW (Measure of economic welfare): Misura il Pil ed aggiunge il valore del tempo libero e il valore del lavoro non pagato, sottraendo il valore del danno all’ambiente.

I paramenti del benessere dovrebbero essere ambientali, economici e sociali; la salute, l’istruzione e la formazione, il lavoro e il tempo libero, la sicurezza, il paesaggio e patrimonio culturale, la ricerca e l’innovazione, la qualità di servizi, la partecipazione politica e la fiducia nelle istituzioni. Bisogna integrare questi indici nella struttura della contabilità nazionale.

Ciò che serve ora, in Italia come nel mondo, è una visione alternativa che colleghi tutti i tasselli al fine di presentare un programma completo di riforma del sistema, che vada dal modo in cui le persone vivono la propria vita alle decisioni dei governi nazionali e degli enti locali. Una partnership pubblica-privata, ricordandosi però che il terzo settore non deve e non può sostituire lo Stato sociale. Una nuova filosofia di consumo che promuova i beni e servizi virtuosi, la convenienza e l’economicità del consumo collaborativo, l’etica della sobrietà e la cultura dell’abbastanza.
Dovremmo riconsiderare le condizioni degli investimenti, le modalità di remunerazione del capitale investito, la struttura dei mercati, la proprietà dei beni, il controllo di come viene distribuito il profitto.
I fondamentali della macro-economia rimarranno gli stessi: le persone continueranno a spendere e risparmiare, le imprese produrranno beni e servizi e faranno profitti come prima, il governo avrà entrate e spese pubbliche, ci continueranno a essere investimenti pubblici e privati in beni fisici, umani e sociali; ma la nuova macroeconomia dovrà includere variabili che evidenzino come priorità l’energia pulita e l’utilizzo intelligente delle risorse, il valore del servizio degli ecosistemi e il valore del capitale naturale. L’equilibrio fra consumo e investimenti dovrà cambiare. Per tenere sotto controllo il debito pubblico estero la quantità di risparmio interno deve aumentare. Va eliminata la rincorsa all’aumento continuo della produttività del lavoro e bisogna invece concentrare il lavoro in settori a bassa emissioni di co2, mettendo cosi i profitti e la produttività in sintonia con gli obiettivi sociali a lungo termine. Metteremo fine alla follia di separare l’economia dalla società e dall’ambiente. Ci vuole un cambiamento strutturale che stabilisca limiti ecologici alle attività umane.

La priorità dei nuovi leader politici sarà di costruire le fondamenta per una nuova economia del 21esimo secolo a basse emissioni di co2. Contro la resistenza delle aziende, contro i gruppi lobbistici, contro le campagne pubblicitarie, i sostenitori dell’interesse pubblico si ritroveranno inizialmente in una situazione di svantaggio. Ma uno alla volta gli avversari diventeranno alleati. Come primo passo, metteremo una tassa sull’inquinamento e dei tetti alle emissioni di co2, poi serviranno incentivi per cambiare la produzione energetica da combustibili fossili alle energie rinnovabili, attraverso un’espansione degli investimenti in queste tecnologie. Molti cambiamenti non saranno affatto un costo ma, anzi, si riveleranno un investimento. Le industrie diventeranno più efficienti, gli agricoltori cominceranno a ripiantare le foreste e a cambiare i metodi di allevamento, dell’agricoltura e del recupero del suolo. I proprietari di case e uffici cominceranno ad isolare gli edifici, cambiando i tetti, le porte e le finestre. Gli architetti e i muratori cominceranno a costruire case passive in bioedilizia, usando terra cruda e calce viva invece che cemento, guaina biologica invece che catrame, isolanti in sughero invece che in polistirolo. Nascerà il senso di una missione collettiva, che cambierà l’industria, l’agricoltura, gli edifici, il trasporto e la progettazione delle città e creeremo una sinergia per combattere la deforestazione nei paesi poveri con tasse sull’industria in quelli ricchi.
Emergeranno migliaia di progetti dal basso, dalle comunità locali. Riducendo l’utilizzo del carbone, le risorse verranno indirizzate verso riforme dell’istruzione, della sanità e verso mezzi di trasporto pubblici elettrici.
Il più grande cambiamento che avverrà sarà però il nostro nuovo modo di pensare.
Non sarà più accettabile per nessuno partecipare ad attività che danneggino l’integrità del pianeta. La nuova economia a basse emissioni di anidride carbonica riporterà la prosperità economica e creerà milioni di posti di lavoro nuovi sia in paesi “sviluppati” sia nei paesi più poveri .

Grazie alla cittadinanza attiva ci sarà una guerra contro la corruzione, per la trasparenza, tramite internet, e nascerà una nuova etica di servizio pubblico. La parola “politica” ritornerà ad essere un valore. Raggiungeremo un punto critico, e poi tutto si muoverà ad alta velocità, cominceremo finalmente a pensare come una civiltà’ globale.

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