Il DISASTRO AMBIENTALE nel 2012

Lo scioglimento dell’Artico, che nel 2012 ha toccato livelli minimi, è stato più veloce di tutte le previsioni, peggio ancora dello scenario peggiore identificato 10 anni fa. I livelli dei mari che aumentano, la perdita sempre più accelerata delle specie, la siccità, gli incendi, portano gli scienziati alla solita conclusione: privatamente ormai parlano di cicli viziosi infermabili che portano al collasso della civiltà, al crollo geopolitico, alle masse in fame, a come sarebbe la Terra se rimarrebbero solo qualche centinaia di milioni di persone.

Siamo entrati nell’Antropocene, l’era del uomo, da poco più di 10 mila anni, ma stiamo già creando la sesta grande estinzione di massa, entro 40 anni il 30% delle specie potrebbe essere estinta a causa nostra, e se continuiamo così, entro 300 anni 75% dei mammiferi potrebbero scomparire. Considerando questi cambiamenti che già stanno succedendo e la continua mancanza d’azione urgente su larga scala, è troppo tardi per prevenire grandi danni nei prossimi decenni, ci sarà una crisi ecologica e economica; abbiamo però, dicono gli scienziati, ancora solo poco tempo per evitare questo collasso, dai 20 a 40 anni.

Il Protocollo di Kyoto, nel 1997, ha richiesto alle economie avanzate di ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 5% rispetto ai livelli dei 1990 entro il 2010, ma attualmente le emissioni sono salite del 40% rispetto al 1990. Sempre a Kyoto, furono messe come tetto massimo 450 ppm (parti per milione) di co2 nell’atmosfera, necessario per mantenere l’aumento delle temperature globali medie inferiore ai 2 gradi centigradi. La concentrazione atmosferica di co2 attuale è di 391 ppm, la più alta negl’ultimi 15 milioni di anni, e al passo attuale le emissioni di co2, crescendo di 2 ppm all’anno, supereranno i 450 ppm entro il 2040. Il report sul clima della Banca Mondiale prevede temperatura medie di 4 gradi centigradi più alte rispetto ai livelli pre-industriali fra il 2060 e il 2100, con 800 ppm di co2 nell’atmosfera. Nel Mediterraneo, d’estate le temperature saranno 9 gradi centigradi più alti di oggi, tutte cifre che portano al collasso della civiltà: abbiamo per ora fallito la nostra battaglia generazionale.

Sopra i 2 gradi centigradi, rischiamo di causare “feedback positivi auto-rinforzanti”, creando cicli-viziosi inarrestabili; come ad esempio, lo scioglimento dei ghiacci nell’artico, che diminuisce la riflettività del pianeta, aumentando il calore, che causa più scioglimento dei ghiacci che aumenta ancora di più il calore (ma porta vantaggi all’industria petrolifera, che senza ghiacci può andare alla ricerca di nuovi giacimenti e a distruggere ancora di più l’eco-sistema). Un altro “feedback positivo auto-rinforzanto” rischia di avvenire a causa dello scioglimento del permafrost in Siberia, che emetterebbe miliardi di tonnellate di metano nell’atmosfera (il metano è 12 volte inquinante del co2), che aumenterebbe l’effetto serra, causando un ciclo vizioso dove le temperature aumenterebbero da 2 a 3 gradi, da 4 a 5, senza che l’umanità’ possa fermarli. Nell’ultima era glaciale, per intenderci, le temperature erano di media 5 gradi centigradi più basse rispetto ad oggi, a 6 gradi centigradi di aumento delle temperature, non solo gli esseri umani, ma la vita stessa sul pianeta Terra sarebbe a repentaglio. Le temperature potrebbero salire di 6 gradi centigradi in alcune zone del pianeta in questo secolo.

Se entrambi i poli si sciogliessero, i livelli del mare salirebbero di almeno 100 metri. Per ogni metro che i mari salgono, l’erosione dell’entroterra è di circa 100 metri. 634 milioni di persone vivono a meno di 10 metri d’altezza sul livello del mare.
Entro la fine del secolo il Sudan e il Senegal soffriranno di un declino di produttività agricola del 50%. L’India del 40%, (mentre diventa la nazione più popolate al mondo), il Messico del 30%. Visto che il 95% dell’agricoltura mondiale (anche nei paesi sviluppati) dipende dalle piogge, le condizioni climatiche irregolari peggioreranno la situazione. In America il dipartimento della Difesa ha un budget annuale di $700 miliardi all’anno; il trasporto ha un budget di $70 Miliardi all’anno, l’Environmental Protection Agency (EPA), l’agenzia per la protezione dell’ambiente, ha un budget di solo $8 Miliardi all’anno.

Quali fattori limitano la nostra capacità di benessere?
Le risorse limitate, come il numero limitato di risorse minerali, idrocarburi, legno, acqua, terra; le capacità rigeneranti dell’eco sistema, l’integrità dell’atmosfera, la densità delle nostra specie e la dimensione della popolazione globale.

La crescita della popolazione dovrebbe essere uno dei temi principali della’ comunità mondiale. Ci sono voluti 10 mila anni ad arrivare ad 1 miliardo di individui, poi con l’era industriale e il petrolio economico che ci ha portato i fertilizzanti sintetici, nel giro di 200 anni siamo passati da 1 miliardo di persone a 7 miliardi nel 2011. Entro il 2050 saremo 9 miliardi di individui, per vivere in modo sostenibile, serve almeno un ettaro di terra fertile per ogni famiglia (4 persone) al mondo. Se andiamo avanti all’allarmante passo con cui stiamo distruggendo la terra fertile, nel 2050 ci saranno 2.6 miliardi di ettari di terra fertile, e 9 miliardi di persone staranno davvero stretti.

Una GRANDE TRANSIZIONE per l’AMBIENTE del 2040

Per raggiungere l’obiettivo di 450 ppm di co2 nell’atmosfera bisogna diminuire le emissioni globali del 85% rispetto al 1990 entro il 2050. Ma molti scienziati credono che 450 ppm di co2 nell’atmosfera ed un aumento di 2 gradi centigradi sia comunque già troppo pericoloso. Un aumento di 2gradi centigradi causerebbe comunque una vasta distruzione ambientale, sociale ed economica, e porterebbe il rischio di un aumento incontrollabile del riscaldamento che potrebbe causare la caduta della civiltà. E’ un obiettivo inadeguato. Alcuni, come ad esempio Paul Gilding, ex amministratore delegato di Greenpeace, suggeriscono che l’obiettivo dovrebbe essere portare i livelli del riscaldamento climatico ad un massimo di 1 grado centigrado in più rispetto ai livelli pre-industriali, non 2 gradi, ovvero 350ppm di co2 invece di 450 ppm nell’atmosfera. Abbiamo già superato i 350 ppm nel 1986, entro il 2014 supereremo la soglia dei 400 ppm. Per raggiungere questi obiettivi, con una popolazione di 9 miliardi di persone nel 2050, servirebbe un taglio drastico di emissioni del 10% all’anno a partire dal 2020. Dobbiamo diminuire emissioni di co2 di 10% all’anno per 5 anni di fila. Se smettiamo di pompare co2 oggi, la metà sarebbe riassorbiti da oceani e piante in 30 anni, ma l’altra metà ci metterebbe fino a mille anni. Le temperature oggi sono di mezzo grado centigrado più alte rispetto alla media mondiale di 13.9 gradi centigradi e anche diminuendo le emissioni di co2 di 10% all’anno per 5 anni di fila, saliranno sopra 1 grado centigrado entro il 2050, diminuendo ai livelli pre-industriale nel 2100.
A causa di questo lungo intervallo fra la riduzione di emissioni e l’impatto sulle temperature, queste riduzioni dovranno essere supplementare con azioni che riducono l’avvento delle temperature e con misure per ridurre l’impatto delle migrazioni di massa.

Le tre fasi della Grande Transizione per l’Ambiente dureranno un secolo e sono:

1. Un Green New Deal per il clima, a partire non oltre il 2020, a livello globale per ridurre emissioni del 50% in 5 anni.
2. Raggiungere la neutralità climatica per i seguenti 15 anni, arrivando a zero emissioni entro il 2040, eliminando il rimanente 50% di emissioni, grazie alle opportunità tecnologiche e ai cambiamenti di cultura e comportamento.
3. Recupero climatico, che durerà 80 anni, per ritornare ad un controllo climatico globale stabile e un’economia globale sostenibile. Ci sarà bisogno di un lungo periodo di emissioni negative per riportare l’aumento di temperature sotto 1 grado centigrado dai livelli pre-industriali. Bisognerà probabilmente ri-gelare l’artico (che deve diventare un parco naturale per il pianeta il più presto possibile) e rimuovere il co2 dall’atmosfera con geo-ingegneria, catturando emissioni di bio-massa e carbone. Il fotovoltaico, eolico, geo-termico e solare termico dovranno avere rimpiazzato i combustibili per energia e riscaldamento.

In questo modo le emissioni di co2 torneranno sotto i 350 ppm a fine secolo dopo avere raggiunto 440 ppm a metà secolo. I mari continueranno a salire di mezzo metro entro il 2100 e di 1.25 metri entro il 2300. Le temperature saliranno sopra il grado centigrado ma torneranno ad abbassarsi entro fine secolo.

Le emissioni globali di co2 dovranno diminuire da 55 miliardi di tonnellate di co2 attuali a 28 miliardi in 5 anni, a zero tonnellate entro 20 anni. Per i rimanenti 60 anni del secolo dobbiamo assorbire dall’atmosfera 6 giga tonnellate di co2/anno.

Ci sono vari metodi per risolvere il problema climatico sono, ma le più importanti sono due:

• mettere una tassa ecologica sul carbone
• Rendere l’ecocidio un crimine penale per i capi di stato e i capi d’azienda

Gli eco-sistemi del pianeta offrono una vasta gamma di benefici spesso considerati scontati (la produzione d’ossigeno, la regolazione delle componenti chimiche dell’atmosfera, il mantenimento del ciclo idrico, la regolazione del clima, la rigenerazione del suolo), e devono avere diritti legali come gli esseri umani.

C’e’ poi il problema della crescita della popolazione nel terzo mondo; motivata dalla mancanza di istruzione e contraccettivi. Quattro fattori possono aiutare a stabilizzare la popolazione mondiale intorno ai 7 miliardi di persone:

1. Educazione femminile
2. Più potere sociale e politico alle donne
3. La scelta e abilità delle donne di quando e quanti bambini avere
4. Percentuali più alta di sopravvivenza infantile; il declino di mortalità infantile precede il declino di nascite di metà generazione.

Per evitare pericolosi tracolli economici e sociali è necessario mettere in atto una serie di politiche per migliorare urgentemente l’efficienza dell’uso delle risorse e ridurre la crescita demografica globale, lavorando in partnership con gli stati più poveri.

Per prima cosa bisognerà trasformare l’Artico un parco naturale protetto, come lo è l’Antartica. Poi, bisognerà stabilire un tetto di utilizzo delle risorse e delle emissioni, e previste riduzioni, per riparare il modello economico e cambiare la logica sociale; i limiti delle risorse e l’ambiente devono essere integrate nel modello economico. Dovremo stabilire i tetti di utilizzo economici pro capite per arrivare a livelli sostenibili, stabilire tetti per emissioni di co2, estrazione di risorse rare non rinnovabili, emissioni di rifiuti (soprattutto tossici), l’estrazione di faide acquifere, e anche tetti che rispettano il rinnovo di risorse rinnovabili.

I limiti di emissioni di co2 per persona per vivere in un mondo sostenibile dovrebbero essere 2 tonnellate di co2 all’anno. Un italiano medio emette 10 tonnellate di co2 all’anno, un americano addirittura 20 tonnellate, mentre la media mondiale è di 4 tonnellate. Abbiamo bisogno di un cambiamento radicale.

Alcuni economisti ecologici Italiani, Simone D’Alessandro, Tommaso Luzzati e Mario Morroni, dimostrano che c’è un piccolo buco sostenibile in cui dobbiamo passare per fare questa transizione da un’economia combustibile ad un’economia di energia rinnovabile. Questo buco però si allarga se l’equilibrio fra il consumo e gli investimenti nell’economia cambiano, se il tasso di risparmio sale e più reddito nazionale è allocato agli investimenti a lungo termine.

In Italia, grazie a finanziamenti di un Green New Deal, possiamo investire in tecnologie più mirate ad obbiettivi sostenibili come la produttività delle risorse naturali, energia rinnovabile, riprogettare reti elettriche e di telecomunicazione, business puliti, adattazione al cambiamento ambientale e miglioramento dell’eco-sistema, come la forestazione e il rinnovo delle paludi; investimenti che migliorano l’efficienza delle risorse usate e minimizzino lo spreco ed investimenti per sostituire tecnologie convenzionali con quelle pulite. Bisognerà riequipaggiare immobili con misure di risparmio di energia e emissioni, investire in infrastrutture verdi per il trasporto pubblico, spazi pubblici, zone pedonali, parchi e librerie. Serviranno anche investimenti in sostenibilità ambientale; non solo produzione di energia da fonti rinnovabili, ma miglioramento dell’efficienza energetica, sistemi elettrici intelligenti, infrastrutture di trasporto su rotaia. E’ importante avere feedbacks immediati ed efficaci sul proprio stile di consumo, come ad esempio dispositivi in grado di segnalare visivamente la quantità di energia consumata per diminuire i consumi. Il modo più efficace rispetto al costo per combattere la crisi ambientale, e anche i più veloci da implementare sono cinque: miglioramenti dell’efficienza nel processo industriale, in edifici residenziali e commerciali, nella generazione elettrica, nel trasporto e nella progettazione delle città.

Una mobilitazione nazionale dell’economia per trasformare energia, infrastruttura e trasporto, potrebbe portare così tanta attività economica innovativa che il risultato economico potrebbe essere positivo, coprendosi i costi da se, e portando milioni di posti di lavoro.

Ce’ anche bisogno di sostenere la transizione ecologica dei paesi in via di sviluppo; permettendo la crescita economica necessaria in paesi poveri, dove non solo è importante investire in energie rinnovabili, un utilizzo delle risorse efficiente e infrastrutture a basse emissioni, ma anche alla protezione di foreste ed eco-sistemi. Finanziare questi progetti in paesi poveri può essere ottenuto con una tassa sulle emissioni dei paesi ricchi.

La riconversione ecologica avviene dal basso. Bisogna organizzarsi a livello locale. Anche con un governo favorevole alla riconversione, non servirebbe a nulla se non ci fossero organizzazioni a livello locale capaci di articolare il progetto in iniziative concrete. Ci sono realtà virtuose in Italia che già stanno lavorando per questa Grande Transizione.

Un ottimo esempio di come la rivoluzione parte dalle comunità sono le Transition Towns, che praticano autoorganizzazione in scala “glocale” tramite sensibilizzazione della vita sostenibile e resilienza ecologica.

Il benessere degli individui si sviluppa sia grazie a soddisfazione personale (mentale, fisica, realizzazione professionale, positività e buoni sentimenti), sia tramite il benessere della comunità (fiducia negli altri e nell’istituzioni, coinvolgimento in relazioni interessanti, obbiettivi comuni). Negli ultimi decenni, soprattutto nelle grandi città, è venuto a mancare il capitale sociale, quel tessuto di relazioni sociali presenti nella propria comunità. Nelle Transition Towns, la socialità è intesa come una rete di conoscenza e partecipazione che coinvolge cittadini, organizzazioni, amministrazioni locale e imprese. Il primo scopo di ogni Transition Town è quello di creare nuovi modi per diminuire utilizzo d’energia inquinante, risorse e produzione dei rifiuti, producendo cibo autonomamente, tramite la permacultura, la diffusione di tecniche e conoscenze agricole, lo scambio di prodotti alimentari e semi, la riconversioni di terreni abbandonati e orti, riducendo il bisogno di prodotti non locali.

In Italia, uno stato di 8.000 comuni, con una media di 7.500 abitanti per comune, abbiamo la grande opportunità di replicare migliaia di Transition Towns, elaborando una strategia per rendere queste comunità sostenibile nel giro di 15 anni. Concentrandosi su temi fondamentali: energia, rifiuti, produzione del cibo, abitazioni e rinnovamento delle economie locali, non solo in termine di distanza tra dove una cosa è prodotta e dove è consumata, ma anche in termine di possesso locale dei mezzi di produzione e delle risorse, creando molti più modi di fare circolare il denaro localmente. Più capacità pratiche e intellettuali in una comunità, più la popolazione è resiliente.

Esiste in Italia l’associazione dei Comuni Virtuosi, che promuove etica amministrativa basata su una gestione del territorio attenta al rispetto dell’ambiente e alla buona qualità della vita, misurato tramite cinque categorie: gestione del territorio, impronta ecologica, rifiuti, mobilità e nuovi stili di vita. Hanno anche sviluppato la Scuola dell’Altra Amministrazione per favorire lo scambio di conoscenze tra gli amministratori locali. La leadership degli enti locali è fondamentale, visto che hanno l’opportunità di avere un impatto più diretto sulla buona qualità della vita quotidiana della loro comunità.

Le enti locali devono aiutare a promuovere quelle realtà virtuose sul territorio che già esistono: mercati per promuovere l’agricoltura biologica a chilometri zero, “banche del tempo”, dove i membri di una comunità possono interagire scambiandosi servizi e abilità, muovendosi cosi verso una società locale più forte, autonoma e resistente agli shock; e mobilità condivisa dove le amministrazioni locali promuovono il car-sharing e il bike-sharing. Ci devono poi essere investimenti in cooperative e banche etiche locali che raccolgono capitale sociale da una parte e concedono prestiti dall’altra nella loro comunità, progetti di micro-crediti anche per un paese di “primo mondo” come l’Italia, promuovendo una finanza mutualistica e solidale.

Questa Grande Transizione non si deve solo fermare ai comuni, ancora più importante è che arrivi alle medie e grandi città, dove c’è un urgente bisogno di riprogettazione per creare comunità resilienti, tramite spazi pubblici e giardini urbani, incoraggiare iniziative sostenibili, ridurre la mobilità geografica, formazioni per lavori verdi, accesso per apprendimento continuo, più responsabilità nelle mani dei quartieri. In Germania c’è un ottimo esempio di una città eco-sostenibile: Friburgo. Con investimenti in energia verde, bio-edilizia e trasporto pubblico Friburgo è diventata non solo la città più verde del mondo, ma ha anche generato lo sviluppo di poli di specializzazione nel fotovoltaico, portando occupazione locale. Anche in grandi metropoli, i cittadini alla fine gravitano nel loro quartiere, che diventa una vera e propria comunità all’interno della metropoli. Ogni grande città dovrebbe essere composta da centinaia di quartieri. Il quartiere di Vauban a Friburgo, sviluppato per 5.000 abitanti, è l’esempio più concreto di come possiamo sviluppare eco-quartieri anche in città: case passive che creano così tanta energia da generare un profitto ai suoi abitanti, rivendendola in rete, orti e serre urbane che producono cibo per il quartiere tutto l’anno, un supermercato che non vende marchi commerciali riconosciuti, ma solo prodotti biologici a prezzi competitivi, una centrale di cogenerazione a biomassa per l’energia e il riscaldamento di tutto il quartiere, tetti verdi, legno riciclato per le abitazioni, riciclo dei rifiuti e delle acque e una planimetria del quartiere fatta in modo da massimizzare i mezzi pubblici e le biciclette per andare in centro, solo il 30% dei residenti a Vaudan possiede una macchina.

New York ha un’impronta ecologica due terzi più bassa in rispetto all’americano medio, grazie al fatto che la mobilità in città è prevalentemente pedonale o con mezzi pubblici. Le città ed il governo dovrebbero investire in azioni per diminuire gli aumenti di temperature, campagne ad alto impatto visivo che creerebbero anche posti di lavoro, come ad esempio campagne dei tetti bianchi in centri urbani per aumentare la riflettività del pianeta.

Un’importante componente della prosperità è l’abilità di partecipare in modo significativo alla vita sociale. Mettendo ordine alle nostre vita, focalizzandoci sugli essenziali e sulla semplicità. Consolidando le cose importanti e riducendo impegni non necessari si aumenta la resistenza a shock esteriori. Siamo diventati abituati a perseguire la felicità tramite beni materiali, ma il cambiamento può essere espresso nel modo in cui viviamo, cosa compriamo, come viaggiamo, come investiamo, come passiamo il tempo libero, che lavoro facciamo, e con la pressione che mettiamo sui nostri capi di Stato. Attivismo popolare e impegno comune, la ricerca di una semplicità volontaria.

I “leader” politici continueranno a essere timidi su come risolvere la crisi ambientale finche questo movimento di massa raggiungerà un punto critico, in Italia questo numero si aggira intorno alle 600.000 persone. Attivismo grassroots sul territorio e online è essenziale per costruire questo movimento; manifestiamo non per protestare, ma per costruire, per creare.

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