LA POLITICA NEL 2013

L’aumento della disoccupazione giovanile, unita ad un sistema politico inaccessibile e corrotto ha innescato un’onda di indignazione popolare globale. E’ ormai chiaro a tutti che non stiamo vivendo un periodo sfavorevole di passaggio, ma una profonda crisi strutturale del modello di crescita moderno.

A parte la crisi ambientale, sociale ed economica, l’Italia soffre di una grande crisi di rappresentanza politica. Non importa se prendiamo la pillola di destra o la pillola di sinistra quando il veleno è nell’acqua.

L’italia è una repubblica parlamentare, il potere è in mano al Parlamento e i cittadini non votano direttamente per il Presidente. I partiti non sono enti giuridiche, come ad esempio lo sono in Germania, e a causa di un sistema elettorale proporzionale mal concepito che conta dozzine di “partitini ricatto” in Parlamento, abbiamo avuto 62 governi in 66 anni di democrazia. Poli e alleanze politiche sterili e voti di sfiducia repentini fanno cadere il governo al primo intoppo, non dando la possibilità ai “leader” di fare il loro lavoro. Le ultime elezioni, a febbraio 2013, hanno più di mai dimostrato quanto sia rotto il sistema politico italiano, e quanto abbia bisogno di un drastico cambiamento.

L’età media di un politico italiano è 57 anni, solo il 9% sono donne, il “politichese”, più che in altri paesi, fa’ diffidare i cittadini e rende il dialogo con i politici incomprensibile. I referendum, solo abrogativi, sono scritti in modo da essere decifrati solo da laureati in giurisprudenza. I cittadini pagano 209 Mil. di Euro all’anno per le pensioni di ex parlamentari, ce ne sono alcuni che prendono la pensione a 42 anni, pensioni dai 3 ai 10 mila euro al mese. La burocrazia, la corruzione, il nepotismo, le caste, ma soprattutto la mancanza di visione a lungo termine, hanno portato il cittadino italiano ad una completa diffidenza e distacco dalla politica italiana, afflitta da un’incapacità di riforma.

Non tutti i politici sono incapaci, ma anche a chi sa’ quali sono le riforme da fare, non interessa farle più di tanto, preferiscono fare i loro interessi. Il sistema elettorale e la frammentazione politica causano l’instabilità dei governi e l’ingovernabilità del Paese.

Dal’America alla Francia, Il culto della personalità’ dei nostri “leader” ha trasformato la politica in un reality show. Negli ultimi 20 anni, in Italia il culto della personalità di Berlusconi ha spostato il focus della discussione nei media da tematiche vere ad argomenti triviali. Dovremmo prendere esempio dal governo Svizzero, dove ogni anno cambia il presidente senza intoppi, non si sa mai come si chiama, ma il governo funziona sempre efficientemente. Il leader politico dovrebbe essere “nessuno”; il programma politico dovrebbe avere una visione a lungo termine, di almeno 20 anni, e dovrebbe così trascendere il nome dei suoi leader e le loro inclinazioni politiche.

La parola “politica” ha assunto connotazioni negative, ma la democrazia deve essere partecipativa. Il cambiamento deve partire dai cittadini tramite una lunga trasformazione sociale che parte dal basso. Il governo deve perciò promuovere uno spirito nuovo di cooperazione, sacrificio comune e prosperità comune.

Ma il governo italiano, come la maggior parte dei governi del mondo, promuove il materialismo individualista ed incoraggia la novità continua dei prodotti di consumo, con la presunzione che il consumo serve alla crescita economica, che protegge il lavoro e mantiene la stabilità. Il risultato è che lo Stato è convinto che la crescita può schiacciare tutti gli altri obiettivi politici. Uno Stato che difende solo le libertà di mercato alla ricerca del consumismo non ha niente a che fare con la vera visione del “contratto sociale” con il popolo. Il governo tecnico Monti, esperto nel settore della teoria economica e credibile alla finanza internazionale, fa’ parte del sistema che ha causato questa crisi. Monti è stato uno degl’idealizzatori dell’Euro, e non possiamo risolvere i problemi attuali con gli stessi paradigmi che l’hanno creato.

La spesa pubblica in Italia è di circa 800 miliardi di euro. Pari a 13 mila euro per cittadino, e rappresenta circa il 50% del Pil, in linea con i paesi scandinavi, ma superiore a Germania, Francia e Inghilterra. E’ aumentata di 150 Miliardi di euro nell’ultimo decennio, 1.500 euro in più per ogni cittadino; include istruzione, sicurezza, salute, trasporti, pensioni, sistema industriale, infrastrutture, interessi sui debiti, e stipendi degli impiegati pubblici. La spesa pubblica è finanziata dalle tasse e in un momento di recessione o si riduce la spesa o si aumentano le tasse. Ridurre la spesa pubblica comporta un ridimensionamento dei servizi e il licenziamento di impiegati pubblici.

L’Italia utilizza quasi 500 miliardi di euro all’anno per la protezione sociale: pensioni, welfare e sanità. 7 mila euro all’anno per abitante, in media con gli altri paesi europei; di questi, 250 miliardi di euro all’anno sono spesi per le pensioni. Solo 32 miliardi sono allocate per servizi ai disoccupati, alle famiglie e all’esclusione sociale. Troppo poco.

La spesa sanitaria pubblica in Italia è di 115 miliardi di euro, il 7% del pil, l’8% se si include la sanità privata. 1.900 euro per abitante; rappresenta il 75% delle spese delle Regioni; siamo sotto la media europea sia per i ricoveri ospedalieri che per la spesa farmaceutica . Le famiglie contribuiscono con proprie risorse alla spesa sanitaria complessiva per una quota pari al 22%, percentuale in aumento; l’adeguatezza dei servizi sanitari si è mantenuto pressoché costante per la medicina di base e i ricoveri ospedalieri mentre peggiora quello relativo alla medicina specialistica, il pronto soccorso e l’assistenza domiciliare.

L’Italia dedica il 4.8% del Pil all’istruzione, sotto la media dell’Unione Europea, e che continua a peggiorare. La spesa più alta è in Danimarca (7,1%). Per uno studente universitario l’Italia spende 7.200 euro, la spesa in media in Svezia, Danimarca, Olanda e Regno Unito è il doppio; con l’aggravante che le spese per il personale in Italia assorbono maggiori risorse. Solo il 5% della spesa totale finisce direttamente nelle tasche degli studenti e delle famiglie sotto forma di aiuti (borse di studio, buoni libro, ecc.). In Danimarca gli aiuti coprono oltre il 16% della spesa.

L’Italia spende per il funzionamento del sistema della giustizia (civile e penale) il 0,2% del pil, in linea con altri paesi. Il costo annuo della giustizia Italia e di 4 miliardi di euro. Un esempio: per recuperare un credito: 1.210 giorni in Italia, 515 giorni in Spagna, 399 giorni in Inghilterra, 394 in giorni Germania, 331 in Francia, 300 giorni in Usa. Si calcola che lo Stato italiano spende per la giustizia 70 euro per abitante a fronte dei 56 euro della Francia, dove la durata media di un processo civile è della metà. La spesa pubblica complessiva per i tribunali e per le procure supera i 7,5 miliardi di euro l’anno ed è la seconda più alta in Europa, dopo quella della Germania, ma in risultati sono fra i peggiori d’Europa. Il numero dei reati è costante ma l’allarme sociale, alimentato dai media, spesso prefigura una criminalità in crescita. Gli stanziamenti a disposizione della pubblica sicurezza sono stati ridimensionati e non sempre le forze dell’ordine sembrano essere in grado di contrastare efficacemente la criminalità organizzata, che domina alcuni territori del sud. Infatti le tre forze di polizia principali a competenza generale ( Polizia di Stato, Arma dei carabinieri e Guardia di finanza) sono mediamente il 10% sotto organico.

Emerge chiaramente che le risorse dedicate alla spesa sociale sono generalmente inferiori a quelli degli altri paesi, ma è decisivo l’utilizzo poco efficace e la generale mancanza di programmazione e di una idea guida. Anche nei settori dove l’Italia spende di più i risultati sono negativi. E il costo per il personale limita l’efficacia degli interventi.

L’incremento massiccio della spesa pubblica negli ultimi 35 anni non ha portato a nessun vero cambiamento della qualità della vita e un incremento di benessere sociale. Riqualificare e snellire la spesa è divenuto un imperativo urgente perché la qualità insoddisfacente della spesa distrugge il rapporto di fiducia tra il cittadino e il potere. Nel frattempo, la Felicità Interna Lorda è in rapido declino.

Una VISIONE per la POLITICA nel 2040

Il cambiamento politico non avverrà dall’interno di partiti politici che fanno parte del sistema, verrà da una nuova leadership portata dalla mobilizzazione popolare. Governare per la prosperità vuol dire che il cittadino partecipi attivamente nell’istituire il mandato e portare cambiamento. Il ruolo del governo è di dare la capacità ai cittadini di prosperare entro i limiti ecologici, spostando il focus dal materialismo individuale a vere opportunità per la gente di perseguire obbiettivi comuni per la famiglia e la comunità, aumentando il numero di elettori, soprattutto fra i giovani, riportandoli ad avere sogni per un’Italia migliore.

Il primo passo per una chiara visione e una politica coraggiosa è di disfare le forze che ci legano ad un diniego dannoso, esplorando gli ostacoli in Italia per adottare un’economia stabile, stazionaria e sostenibile. Ci sono decisioni che si possono lasciare risolvere dal mercato, altre che devono essere risolte dalla democrazia partecipativa. La politica economica deve essere focalizzata sulla qualità di vita e non sulla crescita materiale ai fini a se stessa.

La politica deve smettere di essere una carriera redditizia, con lavoro garantito, viaggi gratis, auto blu, pensioni da 10 mila euro a 50 anni, e tornare ad essere un opportunità di servire il proprio paese per un tempo determinato.

Come le ultime elezioni di Febbraio 2013 hanno pienamente dimostrato, occorre una riforma elettorale, per prima cosa i partiti devono diventare un ente giuridica come lo sono in altri Paesi europei. Propongo anche un cambiamento della forma di governo, da una repubblica parlamentare con troppo potere al parlamento a una repubblica semi presidenziale dove il popolo elegge sia il parlamento che il presidente, con però una svolta: per evitare dozzine di “micro-partiti” in parlamento, propongo che al primo turno si voti solo per il parlamento, con una soglia di esclusione minima di voti per fare parte del parlamento, e con un’elezione proporzionale, che permette di fotografare le divisioni politiche effettive del Paese. I primi 3 partiti faranno poi parte del secondo turno, quello del presidente della repubblica, tramite un’elezione uninominale a voto alternativo con maggioranza assoluta, dove gli elettori danno la loro prima e seconda scelta, chi ha il maggior numero di voti diventa presidente che elegge il governo. Non devono essere possibili poli o coalizioni ne per il primo ne per il secondo turno; questo sistema dovrebbe eliminare i voti di sfiducia e rendere il governo e il parlamento più stabile e governabile, mantenendo netta la divisione tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario.

Per portare questo cambiamento abbiamo bisogno di una riforma costituzionale, tramite una maggioranza assoluta (due terzi del Parlamento) o attraverso il voto popolare tramite referendum. I referendum devono perciò diventare confermativi, non solo abrogativi, come sono oggi.

I cittadini devono avere il diritto a dire la loro se su una proposta di legge vi è un interesse diffuso rilevante. Oggi le leggi di iniziativa popolare (pure previste) non vengono discusse dal parlamento che può ignorarle. Seppure con requisiti stringenti di materia e sul numero di forme da raccogliere, le legge di iniziativa popolare debbono avere una forza particolare, e se non sono palesemente incostituzionali debbono essere oggetto di democrazia diretta, cioè di un referendum annuale confermativo, e se adottate con maggioranza qualificata dei cittadini, devono valere come le leggi approvate dal parlamento.

Inoltre cittadini devono avere il diritto di sapere, se votano un partito, che programma di governo adotterà e di scegliere parlamentari non imposti dal partito. Occorre un divieto di essere parlamentare per più di due legislature, senza eccezioni, e le primarie di partito devono essere regolate da legge per la scelta dei candidati.

In Italia, non abbiamo bisogno di due camere con mille parlamentari che fanno le stesse cose, ne basta una sola con la metà dei parlamentari, uno per ogni 100.000 abitanti. Non abbiamo bisogno di lobbisti che non sono votati dagli elettori, eliminiamoli. I parlamentari devono essere più qualificati (la legge deve specificare requisiti minimi di competenza e onestà perché per governare il Paese bisogna essere preparati) e più legati al territorio: oggi nessuno sa chi è il “suo” parlamentare e quindi nessuno controlla cosa fa e come vota. La politica non deve essere una carriera, deve essere un servizio che si dedica per un po’ di tempo, al massimo 10 anni, al proprio paese. Ci devono essere dei limiti di permanenza in tutte le cariche statali, inclusi i dirigenti delle aziende pubbliche, e lo stipendio medio di un parlamentare non dovrebbe superare quello di un italiano medio, circa 28.000 euro all’anno. Anche le pensioni, i privilegi e le risorse spese per i parlamentari devono essere pari a quella di un italiano medio.

Sindaci ed assessori comunali dovrebbero essere lavori a tempo pieno, anche loro retribuiti con uno stipendio medio pari a quello medio di un cittadino italiano, quando un sindaco di un paese di 10-15 mila abitanti ha uno o due altri lavori, non sta dedicando abbastanza tempo al suo dovere civico.

La politica deve essere accessibile a tutti e non solo a chi ha maggiori disponibilità finanziarie; serve una drastica riduzione dei contributi pubblici ai partiti e ai gruppi parlamentari e l’eliminazione dei rimborsi elettorali. Introduciamo anche una disciplina di trasparenza dei bilanci dei partiti e la tracciabilità dei finanziamenti privati e una soglia massima di questi contributi.

Non abbiamo bisogno di 110 province. Eliminiamole. 20 regioni, più autonome e federali, bastano.

Nel 2012, l’Unione Europea ha chiesto al governo Monti la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, la revisione delle norme di assunzione e licenziamento, la riforma delle pensioni e la riduzione dei costi pubblici.

Mentre ce’ sicuramente bisogno di riforma del lavoro per diminuire la burocrazia ed incentivare l’occupazione, e ce’ anche bisogno di riformare un sistema delle pensioni e sindacati antiquato, bisogna però farlo con cautela, proteggendo le fasce di cittadini più poveri. Nelle parole di Nelson Mandela, “una nazione non dovrebbe essere giudicata per come tratta i suoi cittadini migliori, ma i suoi cittadini di più basso rango.”

La spending review lanciata nel 2012 ha ridotto le retribuzioni dei manager pubblici e i benefit dei politici, come le auto blu, e ha permesso di risparmiare 12 miliardi di costi per l’amministrazione pubblica. Queste misure devono continuare focalizzandosi soprattutto su un taglio degli sprechi, una guerra alla corruzione, e una riduzione dei ritardi di pagamento dell’amministrazione alle imprese. Deve essere introdotto un principio generale di trasparenza della pubblica amministrazione, secondo il modello del Freedom of Information Act degli Stati Uniti. Il bilancio pubblico deve essere comprensibile a tutti i cittadini e deve essere messo a confronto con quello di altri Paesi. Tagliare però i costi solo per fare felici le banche europee e garantire loro interessi sui debiti non è nell’interesse del popolo; cosi come il governo ha concesso aiuti alle banche, adesso riducono finanziamenti a servizi sociali come salute, educazione, trasporto e sistema di previdenza. La crisi nata a causa del sistema finanziario si trova ad avere un impatto vero sui lavoratori e pensionati.

Si può continuare la politica dei tagli alla sanità senza gravi danni al servizio? Solo un approccio diverso alla salute del cittadino che privilegi il paziente rispetto alla burocrazia sanitaria, può condurre a un’ottimizzazione dell’impiego delle risorse e a migliorare la qualità e l’equità sociale, per creare un sistema sanitario economicamente efficiente con un focus su cure preventive, promuovendo benessere fisico e mentale, una dieta più sana e locale, più conoscenza olistica di come rimanere sani e più educazione sulla sanità a scuola. Una cultura di prevenzione sia nella medicina che nella società. Senza però dimenticare che la sanità e la sicurezza sociale sono la più grande industria di servizi del Paese. Promuoverla significa anche sostenere lavoro e innovazione.

La liberalizzazione dei servizi pubblici è un arma a doppio taglio: mentre liberalizzare gli orari delle farmacie può essere una buona idea, il patrimonio dello stato va utilizzato per portare ritorni ai cittadini a lungo termine, non svenduto per risanare bilanci. E mentre ci possono essere alcuni casi, soprattutto nell’edilizia dove può avere un senso vendere immobili statali; l’acqua, l’educazione, la sanità, il trasporto, l’internet e almeno un canale televisivo devono essere pubblici e non devono essere liberalizzati. Occorre una attenzione particolare per lo sviluppo delle imprese micro-piccole-medie, che in Italia contribuiscono all’81% dell’occupazione, molto di più della media europea del 67%.

I policy makers devono formulare un ambizioso piano di strategie a lungo periodo che simultaneamente assicuri una prosperità diffusa ed equamente distribuita, riconduca la finanza al suo ruolo di appoggio all’economia reale, protegga il buon funzionamento degli eco-sistemi naturali e favorisca il pieno sviluppo fisico ed intellettuale degli individui. Progettare nuove soluzioni di politica con la partecipazione della comunità è il modo più efficiente per avere la fiducia dei cittadini ed è rappresentativo dei valori del popolo.

Il governo del 2040 deve essere valutato sullo standard dell’educazione, sul tipo di indici economici, ecologici e sociale che segue, sul rendimento del settore pubblico, sulla politica delle importazioni e esportazioni, sulla gestione degli spazi sociali, sulla politica dei redditi e l’equilibrio fra lavoro e tempo libero; sull’impatto della politica sull’occupazione, sulla mobilità economica, sulla stabilità famigliare, sugli standard dei prodotti, ad esempio la loro durabilità; sulle norme sulla pubblicità e i media e sul supporto offerto a iniziative di comunità; sul giusto equilibrio fra libertà individuale e il bene comune.

Adattiamo quei modelli scandinavi che già funzionano all’Italia, come per esempio nell’istruzione, rilevando per ogni facoltà l’esito occupazionale a sei mesi dalla laurea, rendendo pubblici i risultati.

Serve poi un piano nazionale per digitalizzare i servizi pubblici (il welfare, l’educazione, la giustizia, la sanità, i trasporti e la sicurezza) e ridurre la burocrazia e costi di gestione. Paradossalmente, se si va a prendere la percentuale di servizi pubblici di base interamente disponibili online l’Italia raggiunge il 100%, prima nell’Unione Europea, ma se poi guardiamo quanto questo servizio viene usato, torniamo ancora agli ultimi posti in Europa; serve una campagna di sensibilizzazione per mettere i cittadini al centro del servizio ed aumentare la cittadinanza partecipativa, sia online che offline, ri-introducendo le case del popolo in ogni paese e creando la carta del cittadino.

Ci sono più di 45 mila leggi statali e regionali in Italia, quattro volte tanto rispetto ala Germania, e soprattutto sono scritte male, impossibili da interpretare da un comune cittadino. Tagliamo quello che è superfluo e riscriviamole per un pubblico di milioni di cittadini, non per i notai, giudici e avvocati.

Anche la burocrazia della giustizia civile deve essere assolutamente ridotta. Oggi in Italia ci sono più di 5 milioni di cause civili presso i tribunali. Creiamo una task force composta da magistrati in pensione e da giovani avvocati, tramite cooperative fondate dalle università per i neo-laureati, per affiancare i giudici in carica nello smaltimento in tempi veloci dell’arretrato giudiziario civile. Lo smaltimento delle pratiche arretrate frutterebbe alla nostra economia quasi il 5% del Pil.

Dovremo creare un fondo nazionale pubblico-privato per la ricerca, che rafforzi il lavoro fra imprese e università, raddoppiando gli investimenti nella ricerca e sviluppo, da 19 miliardi di euro all’anno a 40 miliardi di euro all’anno entro 5 anni.
I contributi per la cultura devono poi essere defiscalizzati, solo così privati ed imprese ricominceranno ad investire nella cultura italiana. Lo Stato deve investire almeno l’1% del pil nella cultura e nel turismo, soprattutto eco-sostenibile; migliorando i servizi e l’infrastruttura per il turismo, per tornare ad essere leader mondiali nel settore.

Rispetto all’ambiente, lo Stato deve rimuovere sussidi esistenti legati all’uso dei combustibili fossili, dove al momento a livello globale si spendono $300 Miliardi, ed investire invece in sussidi ad attività ritenute meritevoli, come ad esempio per diminuire il consumo energetico, le feed-in tariffs che pagano famiglie e comunità che sono in grado di produrre autonomamente energia tramite fonti rinnovabili e trasferirla alla rete elettrica nazionale. Servono investimenti in infrastrutture e beni pubblici, usando criteri più ecologici. Il governo stesso può prendersi una quota di partecipazione nei beni legati all’energia e ai beni bancari tramite investimenti a lungo termine, oppure passare la partecipazione ai cittadini tramite obbligazioni convertibili in azioni. Aumentando il ruolo del settore pubblico negli investimenti ecologici e possesso parziale di tali beni, si può creare una partnership fra beni pubblici e beni privati, che possono cambiare la distribuzione dei surplus, visto che il ritorno economico di cui ha bisogno il governo è più basso e più a lungo termine di quello privato. Si deve introdurre una tassa su emissioni di co2 e una tassa sul consumismo, soprattutto sui beni nocivi e i beni di lusso.

Bisogna lanciare campagne di sensibilizzazione a livello nazionale e nelle comunità per diminuire il consumismo, promuovendo il passaggio da attività ad alto consumo di co2 ad attività pro-clima. Il governo deve regolare i media commerciali, in particolare la pubblicità per bambini, seguendo l’esempio della Norvegia e Svezia, che vietano le pubblicità per bambini sotto i 12 anni e hanno creato zone libere da pubblicità. Bisogna dare supporto a media pubblici con incentivi statali.

Dobbiamo infine rintrodurre un servizio obbligatorio, non militare, ma sociale, organizzato, che insegni cooperazione fra i giovani di tutte le classi e conoscenza ambientale.

Ci sarà bisogno, in questa società più altruista, di integrare meglio gli immigrati. In Italia ci sono 4,5 milioni di immigrati, il 7,5% della popolazione totale ed in aumento del 8% all’anno. Dei quali circa il 18% sono illegali. Lo stato deve sviluppare un sistema funzionale per facilitarne la legalità, che supporta gli emigrati a diventare economicamente e legalmente indipendenti con tutti i diritti base dell’uomo, aumentando cosi anche le tasse e i contributi da queste persone; una politica sull’immigrazione che incoraggi la cittadinanza, servizi sociale, istruzione, integrazione dei loro figli nelle scuole, sanità e abitazione. Non possiamo chiedere ad un ragazzo nato da genitori stranieri in Italia, di andarsene a 18 anni dal solo Paese e lingua che magari conosce. Chiunque nasce in Italia è Italiano. Definiamo le competenze professionali più urgenti per l’Italia, come ad esempio un numero più alto di ingegneri, e apriamo le porte a queste competenze.

Dovremo infine investire in una guerra contro la corruzione, sia della classe politica che dei privati, facilitando la legalità e rendendo le tangenti, il nepotismo e l’evasione reati facilmente punibili a livello penale. Purtroppo l’Italia è prima in Europa per l’evasione fiscale, con un’economia sommersa del 21% del Pil, pari a 340 miliardi di euro l’anno. Quasi 500 miliardi di euro persi, che potrebbero coprire tutti i costi dello Stato. Un altro modo per raccogliere fondi per finanziare il Green New Deal è sequestrare beni illegali più rapidamente, gestendo meglio immobili, patrimoni e aziende confiscate. L’aggressione dei patrimoni finanziari delle mafie può avere effetti analoghi alla lotta all’evasione, essendo stimato il fatturato annuo delle mafie in 150 miliardi di euro; incentiviamo la riconversione in cooperative di queste attività. Legalizzando le droghe ricreative come la marjuana, e la prostituzione, possiamo recuperare molti ricavi dalla criminalità, ed avere più controllo sulla sicurezza di questi settori.

Soprattutto, lo stato deve rendere pubblico il suo “contratto sociale” con i cittadini, delineando quello che farà per loro, ma anche chiedere ai cittadini di fare la loro parte, domandandogli, come disse JFK, di non chiedersi cosa il tuo paese può fare per te, ma cosa tu puoi fare per il tuo paese.

Bisogna insomma spazzar via la mentalità a breve termine degli ultimi decenni, rimpiazzandola con una politica a lungo termine di affrontare i problemi del cambiamento climatico e la crisi socio-economica. Rispecchiandoci nelle parole di Churchill, “si dovrà fare quello che è necessario, non quello che è politicamente possibile”. Intraprendendo una Grande Transizione a livello locale in Italia, creando un movimento che cresca e che porti cambiamento a livello nazionale, possiamo poi diventare un esempio da replicare in tutto il mondo.

Ce’ comunque l’urgenza di una forte cooperazione e legislazione internazionale sui temi del cambiamento climatico e un fondamentale ruolo dei governi nazionali e locali. Il più delle volte, nonostante la necessità e l’urgenza dei provvedimenti richiesti globalmente l’interesse nazionale prevale sul bene comune della società umana. Un esempio su tutti, l’ambizioso progetto Desertec, che mirava a portare energia pulita all’Europa, Medio Oriente e Africa del Nord tramite una rete intelligente collegate e alimentata da energia fotovoltaica, eolica, geotermica ed idrica; un progetto che avrebbe attraversato 38 Paesi diversi in tre continenti, e che è stato accantonato nel Novembre 2012 a causa della crisi. Come civiltà dobbiamo guardare il pianeta come una grossa comunità, dove il bene di una persona è legato al bene di tutti, dove siamo tutti solo forti come l’anello più debole della catena. L’unica bandiera a cui dobbiamo davvero giurare fedeltà è quella con la foto del pianeta su di se. Se per esempio, un asteroide o un invasione aliena arrivassero sulla Terra, tutto il mondo si unirebbe per combattere il pericolo globale. Perché allora non lo facciamo per il pericolo globale che stiamo causando noi stessi, con la distruzione dell’ambiente e delle fibre sociale causate da un modello economico insostenibile? Il vero patriottismo è il sacrificio personale per il bene pubblico.

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