GREEN NEW DEAL 2040

Come funzionerebbe e come finanziare il Green New Deal durante la Grande Transizione?

La transizione a un’economia low-carbon è una sfida enorme ed è soprattutto un problema di investimenti. Ce’ bisogno di allocare abbastanza risorse per trasformare le nostre economie rapidamente ma anche senza creare un collasso.
Dal 1939 al 1944 il debito pubblico americano sali dal 40% al 100% del pil per finanziare la seconda guerra mondiale. Nel 1940 le spese per la difesa americana erano solo l’1.6% del pil, in 3 anni erano il 32%, in 5 anni il 37%. Considerando che il pil stesso in quei 5 anni era salito del 75%, l’aumento degli investimenti per la guerra crebbe 10 volte in un anno. Questo è quello che è necessario fare durante La Grande Transizione.

La media mondiale di investimenti verdi nei pacchetti di stimolo durante la crisi è stata 15.6%; in Italia è stata solo l’1.3% (1 Miliardo di Euro su 80 Miliardi stanziati). Prendendo esempio dalla Corea del Sud, bisogna allocare, tramite una Green Investment Bank pubblica, almeno l’80% dei pacchetti di stimolo ad obbiettivi ambientali: nel trasporto, veicoli low carbon e reti di trasporto ecologiche, nell’energia rinnovabile e nello smart grid, nella produzione e riciclaggio ecologico dei rifiuti, nella protezione ambientale, in quartieri e città verdi, aumentando la qualità di vita.

Gli indici ci dicono che per stabilizzare le emissioni a 450 ppm costerebbe 1-2% del pil e che un investimento del 1% del pil attuale preverrebbe un declino del 20% del pil nel futuro. Ma una situazione più drastica di 350 ppm a cui mira Il Green New Deal costerebbe il 5% de pil annuale per i primi 5 anni, pari in Italia ad investimenti 100 Miliardi di Euro all’anno. Il 5% della popolazione, pari a 1.5 milioni di persone, ne trarrebbe lavoro.

La crescita del pil non dovrà neanche essere contemplata finche le emissioni di co2 non diminuiscano del 80%. La crescita sarà rallentata o eliminata dalle imposizioni dei limiti ecologici; la produttività della manodopera e del capitale sarà più bassa e ci sarà un aumento in investimenti ecologici; spostando il reddito dal consumo al risparmio e incanalando questi risparmi ad investimenti meno “produttivi” convenzionalmente, ma più a lungo termine.

Si chiederà alle 23 milioni di famiglie italiane di investire in eco-bonds, obbligazioni emesse direttamente per investimenti verdi, che offrono un buon ritorno in un momento dove i ritorni sui risparmi convenzionali di una famiglia stanno scomparendo. Questi eco-bonds offriranno un veicolo per risparmiare più credibile; il popolo non vuole solo opzioni per vivere uno stile di vita più ecologico, ma anche nuove opzione per investire i propri risparmi. L’eco-bonds saranno particolarmente interessanti per i fondi di pensione, che cercano investimenti a lungo termine.

Uno stato dell’economia costante ha come condizioni ecologiche scorte costanti di capitale fisico capace di essere mantenuto in modo rigenerativo dall’ecosistema.
Il nuovo modello economico dovrà perciò riconsiderare i concetti di produttività, reddittività’ e proprietà dei beni (pubblici, privati e dei lavoratori). Ci sarà bisogno di un continuo investimento in beni capitali, ma l’ecologia di questi investimenti sarà diversa.

Nascerà una nuova era di prudenza finanziaria e fiscale. Dovremo riformare le regolamentazioni dei mercati nazionali e internazionali dichiarando illegale le pratiche di destabilizzazione, come vendere titoli allo scoperto o di speculazione, come tenere dei titoli per soli poche ore, separando le banche commerciali dai fondi d’investimento, diminuendo il rapporto di indebitamento delle banche, riducendo la remunerazione dei dirigenti e dando più incentivi per il risparmio domestico. Alcuni sostengono che queste riforme farebbero scappare investitori nazionale ed internazionali, ma io sostengo che un modello economico con meno speculazioni, dove i prezzi dei titoli sono davvero basati sul benessere delle aziende e su un’economia vera e più stabile, dove gli investimenti sono più a lungo termine, e dove non è possibile guadagnare giocando al ribasso, può attrarre parecchi investitori stanchi di un’economia diventata ormai un casinò.

Dovremmo aumentare il controllo pubblico del flusso monetario per stabilizzare i mercati. 97% di tutti i soldi in circolazione sono creati da banche private come debiti a società e privati, questo è possibile perché le banche non devono tenere riserve uguali ai depositi degli investitori, ma possono creare soldi letteralmente dal nulla. Ristrutturando il sistema monetario per fare tornare il potere di creare il denaro in mano alla banca d’Italia, porterebbe di nuovo il controllo monetario in mano al governo.

Per minimizzare le speculazioni finanziarie, sarà necessario ridurre la mobilità eccessiva del capitale introducendo la Tobin Tax sul cambio di valute, utilizzando i ricavi per finanziare l’aiuto a nazioni povere.

L’economia dovrà tornare al suo posto reale, quello di rendere la vita del popolo più felice.

Una delle armi più forti in mano ai cittadini è il “bank tranfer day”, un’iniziativa di attivismo a un trasferimento del proprio denaro dalle grandi banche nazionali e internazionali a istituti di credito legati maggiormente al territorio locale e meno legati a speculazione finanziaria, crediti cooperativi e community banks. Le banche dovranno tornare ad essere locali e di dimensioni più ridotte; più conoscenza della comunità hanno, più sono adatte a svolgere la fondamentale funzione di supporto all’economie locali.

Insieme a queste riforme finanziarie, i limiti ecologici richiederanno tre azioni per salvaguardare il clima durante la Grande Transizione:

1. Azioni immediate per ridurre emissioni di Co2 del 50% in 5 anni
2. Azioni per organizzare e finanziare il Green New Deal
3. Azioni per migliorare l’adattamento al nuovo mondo

Quali sono le azioni immediate per ridurre emissioni di Co2 del 50% in 5 anni?

Per prima cosa bisogna migliorare l’inefficienza del mercato degli idrocarburi, mettendo una tassa sul carbone, un tetto su quanto co2 ogni persona e ogni nazione può emettere, con delle forti leggi per garantirlo.

Bisognerà poi diminuire la deforestazione globale del 50%, concentrando allo stesso momento operazioni commerciali di piantagione per massimizzare la cattura di carbonio, investimenti e pagamenti a paesi in via di sviluppo per proteggere le proprie foreste. L’Italia, priva di foreste tropicali ma anche noi responsabili per la loro distruzione, dovrà formare una partnership con alcuni Paesi in via di sviluppo ed investire in fonti di reddito alternative per la popolazione locale per raggiungere questo obiettivo.

Globalmente bisognerà chiudere mille centrali a carbone in 5 anni. Causando una riduzione di energia prodotta di 1/6. In Italia ce ne sono 13, producono il 13% dell’elettricità nazionale ma sono responsabili per il 30% delle emissioni. Chiudiamole. Bisognerà razionare l’elettricità, massimizzando efficienza tramite una campagna di aumentare la temperatura in casa del termostato di 2 gradi centigradi d’estate e di diminuirla d’inverno di 2 gradi centigradi. Lanciando in contemporanea programma di rinnovamento di edifici, isolando muri e soffitti, porte e finestre, utilizzando luci ed elettrodomestici efficienti e solare termico sia in edifici residenziali che commerciali.

Le rimanenti mille centrali di carbone più efficienti nel mondo devono essere equipaggiate con sistemi CCS (carbon capture and storage) per catturare il co2 nel terreno invece che emetterlo, è una tecnologia ancora costosissima, ma bisogna spingere per standards internazionali.

Dovremo lanciare una gigantesca campagna di energia rinnovabile, solare termico e fotovoltaico nei deserti, eolico sul mare. L’obiettivo è di avere il 100% energia rinnovabile entro il 2030. In Italia, possiamo cominciare installando una turbina eolica da un megawatt in ogni paese con più di mille abitanti, che genera elettricità per 500 case e costi Euro 1.5 Milioni. 8000 turbine in 8000 comuni in 5 anni, un investimento di 12 miliardi di euro, che producono 8000 megawatt; o se non c’è vento, un sistema solar fotovoltaico, per dare un rapporto tangibile con il Green New Deal alla gente.

Dovremo radicalmente cambiare il sistema attuale “usa e getta” dei rifiuti e riciclo, riutilizzando tutti i materiali prodotti, limitando la produzione di alluminio vergine, cemento, acciaio, plastica e legno vergine, mettendo una tassa sui prodotti vergini. Occorrerà introdurre una campagna di riciclaggio dei prodotti “dalla culla alla culla” come parte dello sforzo comune del Green New Deal, così come fu per la seconda guerra mondiale.

Occorrerà’ tagliare le emissioni di co2 del trasporto del 50%, rimpiazzando ad ampia scala le macchine a benzina con macchine elettriche o ibride ed aumentando gli standard di efficienza delle macchine a petrolio.

Quali sono le azioni per organizzare e finanziare il Green New Deal?

Non tutti i progetti del Green New Deal saranno un costo. Il 40% delle possibili riduzioni di emissioni mondiali aiuterebbe a risparmiare soldi anche nel breve termine. In ordini di risparmio di efficienza: luci efficienti residenziali, elettrodomestici efficienti, isolare gli edifici, motori efficienti industriali, gestione organica dei residui nei campi/aratura naturale, macchine ibride, gestione efficiente delle risaie, bio-carburanti di prima generazione ed energia mini-idroelettrica, sono tutti investimenti che hanno un ritorno positivo sull’investimento a breve termine, autofinanziandosi.

Ci sono invece investimenti necessari che avranno un ritorno positivo sull’investimento più a lungo termine: geotermica, ristorazione organica del suolo, plug-in ibride, eolico (su terra e mare), solare termico, fotovoltaico e bio massa. Le centrali CCS per il carbone e gas hanno i costi più alti di tutti.

Una delle fonti principali per finanziare il Green New Deal sarà l’introduzione di una tassa sul carbone di 20 Euro per tonnellata di co2 dal primo anno che aumenti a 75 euro per tonnellata di co2 in 5 anni. Entro 5 anni questa tassa porterebbe fra l’1-3% del pil, dai 20 ai 60 miliardi di euro in Italia, per finanziare il New Deal e per alleviare le sofferenze (soprattutto nei paesi poveri) della transizione.

Dovremo inoltre spostare i sussidi a gli idrocarburi a lavori che minimizzano la disoccupazione e dare sussidi per energie rinnovabili, CCS ed immagazzinamento d’energia (batterie). Attualmente i sussidi per gli idrocarburi globali sono $700/miliardi all’anno, in Italia sono due miliardi di euro al anno. Potremmo usare questi fondi per preservare le foreste tropicali, ed investire nello sviluppo di nuove tecnologie rinnovabili.

Quali sono le azioni per migliorare l’adattamento al nuovo mondo?

Globalmente avremo bisogno di un centro di comando, probabilmente tramite l’ONU, con l’autorità di distribuire fondi e armonizzare la strategia globale, mettendo tariffe su importi e penali su Paesi che non rispettano il piano del Green New Deal.

Ogni cittadino globale dovrebbe ricever un minimo necessario di bisogni primari: cibo, acqua, energia. Ci sarà bisogno di un riassestamento per milioni di rifugiati climatici, una strategia per l’adattamento delle zone costiere a causa dell’aumento dei mari e fondi per mitigare le carestie di massa, specie nei Paesi più poveri a metà secolo.

Entro il quinto anno di un Green New Deal globale, occorrerà generare globalmente 2mila miliardi di Euro all’anno per compensazione, aggiustamenti strutturali ed adattamento dell’economia, con un sistema di razionamento per garantire un minimo necessario ad ogni cittadino globale, investimenti per trovare lavoro per coloro che l’hanno perso a causa della transizione. In Italia serviranno fondi per facilitare piccoli imprenditori tramite banche etiche e microcrediti e creare un fondo nazionale per la ricerca, gestito con criteri da venture capital. In un’economia costante gli stipendi medi non avrebbero bisogno di salire ogni anno per stare dietro all’inflazione e al continuo desiderio di nuovi prodotti di consumo, ma i divari di ricchezza sarebbero più equi, il benessere più alto, come il senso della comunità e lo scopo comune. Ci sarà un governo più globale che investire nel potenziale dell’azione dal basso, con più cooperazione fra le nazioni, molti miglioramenti nei trasporti, nel disegno urbano e nell’energia. Il governo dovrà puntare meno sulle “grandi opere” e più sulle tante piccole e medie opere delle quali il paese ha davvero bisogno.

Dopo la prima fase “shock” del Green New Deal, che dovrà durare almeno 5 anni, la Grande Transizione entrerà una seconda fase che durerà 15 anni. In questa fase ci sarà bisogno di un perfezionamento ed espansione degli investimenti fatti nei primi 5 anni; l’obiettivo sarà raggiungere una neutralità di emissioni di co2 entro il 2040. La deforestazione dovrà essere eliminata al 100% e dovremo invece promuovere l’uso della biomassa in modo di tenere il co2 catturato nel legno, come accade nella costruzione di case o mobili.

La terza ed ultima fase della Grande Transizione invece durerà 60 anni, dal 2040 al 2100, dovremo ricostruire l’intera economia globale basata su fonti rinnovabili. Ci sarà un focus sulla sostenibilità e sull’eliminazione della povertà. Ci saranno cicli chiusi dei rifiuti e zero emissioni di co2 nella produzione e nel consumo.

E’ improbabile che questa Grande Transizione risulti da un accordo globale. E’ più probabile che arrivi da un gruppo piccolo di nazioni potenti e poi il resto del mondo seguirà. L’Unione Europea è strategicamente posizionata per essere questo gruppo.

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