Non c’è niente di più potente di un’idea il cui momento è ormai giunto” Victor Hugo

Il sistema del debito per finanziare i consumi per promuovere la crescita economica non funziona più. E’ un meccanismo che non produce più posti di lavoro, non riduce il divario tra ricchi e poveri, non protegge l’ambiente e non ci rende più felici. La crisi non è solo economica, ma anche sociale e ambientale; è una crisi di leadership ed è una crisi interiore, d’indifferenza. La nostra economia “usa e getta” sta cominciando a crollare, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Le crepe sono dappertutto.

Non possiamo risolvere i problemi del mondo utilizzando gli stessi paradigmi che li hanno creati: i nostri cosiddetti “leader” continuano a parlare del paradosso della crescita e delle misure di austerità; continuano a ripetere che per uscire dalla recessione abbiamo bisogno di stimolare il consumo, di massimizzare il profitto e di puntare sulla crescita del Pil. Il risultato è che dovremmo continuare ad indebitarci e a indebitare lo stato italiano per comprare cose di cui non abbiamo bisogno, nell’illusione di fare guadagnare all’economia qualche punto percentuale di “crescita”. Il cambiamento, come spesso è avvenuto nella storia, partirà dal basso.

Come siamo finiti qui?
Più che il capitalismo, più che il socialismo o il comunismo, l’”ismo” di maggior successo del Novecento è stato il consumismo. Siamo consumati dal consumismo. Dietro questo successo c’è un nome che pochi conoscono, Edward Bernays, pubblicista statunitense, uno degli uomini più influenti del 20° secolo. Negli anni 20 del Novecento le grandi imprese americane iniziarono a preoccuparsi perché le masse avrebbero potuto all’improvviso smettere di consumare, sature dei prodotti già acquistati; Bernays suggerì di trasformare i bisogni in desideri, creando il sistema delle pubbliche relazioni, attraverso cui ha trasformato il mondo della comunicazione di massa e della pubblicità. I prodotti diventarono così un’estensione del sé, un nuovo linguaggio che trasformò il cittadino in consumatore. Le grandi imprese smisero di preoccuparsi del fatto che i cittadini potessero smettere di consumare e Bernays pubblicò un libro dal titolo “Propaganda”, in cui descrisse il modo migliore per controllare le masse in una democrazia: fargli credere che solo possedendo il nuovo prodotto avrebbero raggiunto la felicità; senza però poterla mai raggiungere completamente, perché altrimenti avrebbero smesso di consumare.

E oggi?
L’economia italiana non è più nelle mani degli italiani. Il 40% dell’economia globale è nelle mani delle banche e una continua deregolamentazione l’ha trasformata in una sorta di casinò speculativa. L’Italia è in balia dell’euro e delle banche europee. Le persone e lo stato italiano lavorano per ripagare un debito che continua ad aumentare, contratto per metà verso creditori esteri. I politici italiani, spesso sottoposti alle pressioni di forti gruppi d’interessi, sono costretti a fare scelte a breve termine, mentre i problemi attuali sono strutturali, intergenerazionali e necessitano di una visione almeno ventennale. Così ci è stata venduta l’idea che dobbiamo per forza scegliere se tutelare l’ambiente o evitare la povertà, mentre la realtà è che i due problemi sono due lati della stessa medaglia e risolvere il primo equivale automaticamente a trovare la soluzione dell’altro. Come specie umana non ci troviamo a questo bivio per caso, ma secondo un disegno ben preciso: non si può crescere per sempre in un pianeta che ha risorse limitate. Persino i padri delle nostre economie di mercato, John S. Mill e John M. Keynes, hanno detto che la crescita del Pil è utile solo fino a quando un paese ha raggiunto un certo livello di prosperità, ma dopo bisogna adottare nuovi indici più adatti a misurare il reale benessere.

Un altro cammino è possibile. Negli anni Trenta l’America è uscita dalla Grande Depressione grazie al New Deal del presidente Roosevelt, che ha dato il via a investimenti in infrastrutture che hanno costruito l’ossatura dell’economia del ventesimo secolo. In Italia, come nel mondo, serve allora un Green New Deal, che permetta di investire in progetti a lungo termine di energia rinnovabile, infrastrutture ecologiche, produzione sostenibile e agricoltura biologica. Sarà un nuovo patto tra lo stato e il popolo italiano che darà lavoro a milioni di giovani italiani e insegnerà loro le competenze necessarie per affrontare un ventunesimo secolo di transizione, in cui la nostra società lineare si trasformerà progressivamente in un sistema ciclico, in cui ogni cosa è assemblata per essere alla fine disassemblata e tutto viene riciclato in modo perpetuo, proprio come avviene in natura. Un Green New Deal che promuove il risparmio invece delle spese ed incoraggia le generazione italiane più anziane, che hanno i risparmi più alti d’Europa, ad investire in eco-bond (titoli di stato ecologici) emessi dal governo Italiano, al fine di creare occupazione sostenibile per i loro figli.

Nell’Italia che vedo ci sarà un nuovo rapporto pubblico-privato, in cui verranno tutelati non solo i diritti umani, ma verranno anche promosse le responsabilità umane, le responsabilità verso la propria famiglia, la propria comunità, il proprio paese e verso l’eco-sistema. Per cambiare il sistema dobbiamo cambiare anche noi stessi. Ci è stato insegnato come diventare consumatori, possiamo imparare come diventare di nuovo cittadini. L’unica vera democrazia è quella partecipativa: il cittadino italiano si può rispecchiare nelle parole di Gandhi: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Il successo deve essere misurato con metriche diverse da quelle attuali: invece di crescita inutile senza prosperità, prosperità senza crescita inutile. Sarà una rivoluzione sostenibile, guidate da tre pilastri: quello economico, quello ambientale e quello sociale. Solo nei momenti più bui possiamo davvero vedere la luce; una nuova rivoluzione sostenibile è possibile per l’Italia. Non mancano le tecnologie e non mancano i mezzi economici. Quello che per ora ci manca è una massa critica di cittadini che si impegnino attivamente per portare un cambiamento concreto su tutto il territorio, a partire dalla propria comunità locale. Nei prossimi capitoli proporrò come possiamo realizzarlo con un piano per i prossimi trent’anni per un’Italia sostenibile, con l’obiettivo di raggiungere una sostenibilità economica, sociale ed ambientale entro il 2040.

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