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Come dice l’economista indiano Amartiya Sen, “scegliere gli indicatori significa scegliere i fini ultimi della società”. In 50 anni abbiamo triplicato il Pil senza aumentare la felicità. Le ricerche infatti dimostrano che dopo avere raggiunto i fabbisogni di base (cibo, casa, trasporto, sanità) la felicità di un individuo non aumenta più attraverso altri aumenti del consumo. Infatti, il Pil non è stato creato per misurare il benessere ma per misurare la produzione. Nel 2010 abbiamo utilizzato 1,5 volte le risorse annue a nostra disposizione per sostenere i nostri livelli di produzione e consumo; oltretutto anche agendo così siamo riusciti solo a dare un alto tenore di vita al 20% della popolazione mondiale, per 6 miliardi di persone su 7 miliardi, il sistema capitalistico della crescita tramite consumismo non ha funzionato. Appare chiaro che la riduzione che dobbiamo operare è veramente drastica.

Il Pil non cattura il modo in cui il reddito viene distribuito all’interno del sistema economico. Se ci fossero dieci persone in uno Stato e quest’anno ognuna di esse guadagnasse 10mila euro all’anno, il Pil sarebbe di 100mila euro. Ma se l’anno prossimo, di queste dieci persone, una guadagna 100mila euro e tutti gli altri solo mille euro, il Pil sarebbe aumentato a 110mila euro, con un Pil pro capite di 11mila euro, senza però evidenziare che nove persone su dieci stanno peggio di prima e una sola si è arricchita. Questo è esattamente quello che sta succedendo nel sistema attuale.

Il Pil ha molti punti deboli: non misura quelle attività che non hanno un corrispettivo monetario, ma che sono comunque produttive, come il lavoro domestico e il volontariato. Il Pil non misura i capitali naturali: se si estrae petrolio da un giacimento, il Pil calcola la vendita dei prodotti, ma non la riduzione permanente del giacimento. Non viene fatta alcuna distinzione tra produzioni benefiche e nocive , le cosiddette spese difensive: tutte quelle spese effettuate per difendersi dagli effetti negativi o problematici della crescita, come l’urbanizzazione, il traffico, l’inquinamento, l’insicurezza, lo stress, l’impoverimento delle relazioni sociali, il peggioramento della salute. Un fiume che viene inquinato è doppiamente positivo per il Pil, una prima volta per la produzione inquinante e una seconda per le attività di risanamento. Il Pil non conteggia le esternalità: conta tutti i beni, i beni capitali e servizi prodotti ma non conta le risorse naturali né il capitale umano; comprende l’ammortamento sui beni prodotti ma non conta l’ammortamento per le risorse naturali. Eppure, gli scienziati stimano che l’ecosistema globale rinnovabile (esclusi le fonti non rinnovabili e i minerali) vale il doppio del Pil mondiale. Ma non viene contato. Se lo contassimo, ci accorgeremmo che ogni anno il nostro capitale totale non sta aumentando, ma diminuendo rapidamente. Il Pil, insomma, come ha detto Robert Kennedy, misura tutto tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta.