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Nel 2012, l’Unione Europea ha chiesto al governo Monti la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, la revisione delle norme di assunzione e licenziamento, la riforma delle pensioni e la riduzione dei costi pubblici.

Mentre ce’ sicuramente bisogno di riforma del lavoro per diminuire la burocrazia ed incentivare l’occupazione, e ce’ anche bisogno di riformare un sistema delle pensioni e sindacati antiquato, bisogna però farlo con cautela, proteggendo le fasce di cittadini più poveri. Nelle parole di Nelson Mandela, “una nazione non dovrebbe essere giudicata per come tratta i suoi cittadini migliori, ma i suoi cittadini di più basso rango.”

La spending review lanciata nel 2012 ha ridotto le retribuzioni dei manager pubblici e i benefit dei politici, come le auto blu, e ha permesso di risparmiare 12 miliardi di costi per l’amministrazione pubblica. Queste misure devono continuare focalizzandosi soprattutto su un taglio degli sprechi, una guerra alla corruzione, e una riduzione dei ritardi di pagamento dell’amministrazione alle imprese. Deve essere introdotto un principio generale di trasparenza della pubblica amministrazione, secondo il modello del Freedom of Information Act degli Stati Uniti. Il bilancio pubblico deve essere comprensibile a tutti i cittadini e deve essere messo a confronto con quello di altri Paesi. Tagliare però i costi solo per fare felici le banche europee e garantire loro interessi sui debiti non è nell’interesse del popolo; cosi come il governo ha concesso aiuti alle banche, adesso riducono finanziamenti a servizi sociali come salute, educazione, trasporto e sistema di previdenza. La crisi nata a causa del sistema finanziario si trova ad avere un impatto vero sui lavoratori e pensionati.

L’Italia – come altre nazioni – è diventata più ricca negli ultimi 50 anni, ma non è diventata più felice. Ha perso i suoi sogni di una società più giusta, più ricca umanamente, più colta e più solidale. La patria storica del comuni ha smesso di mettere al centro della sua vita sociale la comunità locale. Abbiamo sostituito la ricerca della felicità con la ricerca della crescita del Pil (Prodotto interno lordo), e ora che il sistema economico globale sta attraversando la crisi più profonda dopo la Grande Depressione statunitense del 1929, non abbiamo più né la crescita né la felicità di una vita ricca di valori che la rendano degna di essere vissuta.
La nostra vita ha perso significato, intrappolata nella gabbia “lavoro – guadagno – spendo – consumo – getto via”. Siamo diventati dei criceti che corrono su una ruota che non li porta da nessuna parte. E ora che la ruota si è rotta, ci stiamo accorgendo che siamo chiusi in una gabbia, ne avvertiamo tutta la mancanza di significato e soffriamo, soprattutto se giovani, per il fatto che crediamo di non poter immaginare, progettare e costruire un futuro diverso. La cosa più insostenibile è che i giovani non sognano più. Siamo un paese di disoccupati. Ufficialmente due milioni e mezzo, il tasso ufficiale di disoccupazione per i giovani sfiora il 36%, ma se si aggiungono gli “scoraggiati” (chi non studia né cerca un lavoro) e i precari il numero sale sensibilmente. Non solo: i laureati sono pochi (solo il 15% dei lavoratori) e i ricercatori ancora meno (3 ogni mille occupati), entrambi fra i livelli più bassi d’Europa. Siamo un democrazia incompiuta: l’indice della Freedom House ci mette al 49esimo posto per grado di livello di democrazia, libertà politiche, libertà di stampa e diritti umani e siamo al 72esimo posto nell’indice internazionale sulla trasparenza e corruzione, solo la Grecia è più corrotta di noi in Europa.