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L’illimitata voglia di crescita ci spinge verso un utilizzo insostenibile delle risorse. Il dilemma della crescita ci ha incastrato fra il desiderio di mantenere una stabilità economica e la necessità di rimanere entro i limiti ecologici. Bisogna abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita; o rendiamo la crescita sostenibile, o rendiamo la non-crescita stabile; qualsiasi altra alternativa causa collassi o ecologici o economici. Una crescita del consumo perpetua non può essere la base per la stabilità, dobbiamo identificare chiaramente quali sono le basi per un’economia sostenibile. Con un nuovo modello la stabilità economica non avrà più bisogno della crescita continua dei consumi e le attività economiche potranno rimanere dentro i limiti ecologici.
Per costruire una società della decrescita bisogna cambiare radicalmente il sistema economico, attraverso una rilocalizzazione della produzione e del consumo dei beni e degli alimenti, una forte diminuzione dei movimenti di merci e capitali, una riduzione dei trasporti, un aumento del periodo di vita dei prodotti al fine di diminuire la massa dei rifiuti. Dobbiamo avere sia prudenza ecologica sia prudenza economica nazionale, per frenare i meccanismi automatici che causano danni sociali e competizione di status.
E’ possibile avere dei tassi di crescita molto bassi senza necessariamente incorrere in aumenti della disoccupazione e turbolenze socio-economiche. Un determinato insieme di politiche (di cui le due principali sono una tassa sulle emissioni di gas nocivi e una diminuzione degli orari di lavoro) può essere in grado di garantire contemporaneamente alta occupazione, basso inquinamento e ridotti livelli di debito pubblico con l’estero anche in assenza di crescita economica. La decrescita non deve essere sinonimo di rinuncia: si tratta di diminuire ciò che non contribuisce al benessere individuale e sociale pur avendo effetti positivi sul Pil. Consumare meno può migliorare il benessere. Gandhi la chiamava “semplicità volontaria”: una vita in apparenza semplice, ma interiormente ricca.
Dobbiamo costruire strutture che diano alla gente la capacità di prosperare in modi meno materialistici. Non dobbiamo rifiutare automaticamente la novità e la produttività, ma trovare la giusta via di mezzo che è andata persa nelle nostre vite, nelle istituzioni e nell’economia. Lo stesso equilibrio deve essere ritrovato fra l’individualismo e l’altruismo, l’importanza del lavoro pubblico e sociale per il benessere delle persone.

La crescita del consumo senza precedenti avvenuta tra il 1990 e il 2007 è stata alimentata da una massiccia espansione del credito. L’ossessione verso la crescita è il singolo fattore dominante di un sistema economico e politico che ha portato il mondo sull’orlo del disastro; e se ascoltiamo i nostri “leader”, da Obama a Monti alla Merkel, tutti continuano a parlare dell’importanza della crescita perpetua; nonostante gli stessi fondatori della macro economia, J.S Mills e J.M. Keynes abbiano riconosciuto la necessità e la desiderabilità di muoversi un giorno verso uno “stato di capitali e ricchezza stazionario”. La supposizione semplicistica che l’efficienza del capitalismo e della tecnologia ci aiuterà a stabilizzare il clima e a proteggerci contro la scarsità delle risorse è, purtroppo, un’illusione. Un’economia costruita sull’espansione perpetua, finanziata con l’indebitamento finalizzato ai consumi, è insostenibile ecologicamente, problematica socialmente e instabile economicamente.

Il mondo non si è mai retto su un modello di consumo usa-e-getta. La saggezza di intere civiltà, dagli antichi Egizi fino ai nostri nonni contadini, ha sempre sostenuto che le risorse naturali sono una benedizione non infinita. Il modello della crescita infinita del Pil causa produzione di massa, consumo di massa e rifiuti di massa e considera le risorse naturali come potenzialmente infinite.
L’economia della crescita infinita è basata sulla produzione e sul consumo di novità continue; il governo rafforza questo modello come guida della crescita. La dipendenza alle novità continue sta alla pari con la dipendenza alla produttività, ma la crescita non porterà ad un’utopia materialistica, ad un mondo pieno di beni senza fine. Continuando in questo modo invece i nostri figli erediteranno un clima ostile, l’esaurimento delle risorse naturali, la distruzione degli habitat, la decimazione delle specie, scarsità di cibo e acqua, migrazioni di massa e guerre. Bisogna trasformare questo modello, a partire dall’Italia, tramite una Grande Transizione, per andare verso un futuro sostenibile. L’intelligenza e l’operosità degli italiani non è venuta meno, aspetta solo un’occasione per manifestarsi.

Come dice l’economista indiano Amartiya Sen, “scegliere gli indicatori significa scegliere i fini ultimi della società”. In 50 anni abbiamo triplicato il Pil senza aumentare la felicità. Le ricerche infatti dimostrano che dopo avere raggiunto i fabbisogni di base (cibo, casa, trasporto, sanità) la felicità di un individuo non aumenta più attraverso altri aumenti del consumo. Infatti, il Pil non è stato creato per misurare il benessere ma per misurare la produzione. Nel 2010 abbiamo utilizzato 1,5 volte le risorse annue a nostra disposizione per sostenere i nostri livelli di produzione e consumo; oltretutto anche agendo così siamo riusciti solo a dare un alto tenore di vita al 20% della popolazione mondiale, per 6 miliardi di persone su 7 miliardi, il sistema capitalistico della crescita tramite consumismo non ha funzionato. Appare chiaro che la riduzione che dobbiamo operare è veramente drastica.

Il Pil non cattura il modo in cui il reddito viene distribuito all’interno del sistema economico. Se ci fossero dieci persone in uno Stato e quest’anno ognuna di esse guadagnasse 10mila euro all’anno, il Pil sarebbe di 100mila euro. Ma se l’anno prossimo, di queste dieci persone, una guadagna 100mila euro e tutti gli altri solo mille euro, il Pil sarebbe aumentato a 110mila euro, con un Pil pro capite di 11mila euro, senza però evidenziare che nove persone su dieci stanno peggio di prima e una sola si è arricchita. Questo è esattamente quello che sta succedendo nel sistema attuale.

Il Pil ha molti punti deboli: non misura quelle attività che non hanno un corrispettivo monetario, ma che sono comunque produttive, come il lavoro domestico e il volontariato. Il Pil non misura i capitali naturali: se si estrae petrolio da un giacimento, il Pil calcola la vendita dei prodotti, ma non la riduzione permanente del giacimento. Non viene fatta alcuna distinzione tra produzioni benefiche e nocive , le cosiddette spese difensive: tutte quelle spese effettuate per difendersi dagli effetti negativi o problematici della crescita, come l’urbanizzazione, il traffico, l’inquinamento, l’insicurezza, lo stress, l’impoverimento delle relazioni sociali, il peggioramento della salute. Un fiume che viene inquinato è doppiamente positivo per il Pil, una prima volta per la produzione inquinante e una seconda per le attività di risanamento. Il Pil non conteggia le esternalità: conta tutti i beni, i beni capitali e servizi prodotti ma non conta le risorse naturali né il capitale umano; comprende l’ammortamento sui beni prodotti ma non conta l’ammortamento per le risorse naturali. Eppure, gli scienziati stimano che l’ecosistema globale rinnovabile (esclusi le fonti non rinnovabili e i minerali) vale il doppio del Pil mondiale. Ma non viene contato. Se lo contassimo, ci accorgeremmo che ogni anno il nostro capitale totale non sta aumentando, ma diminuendo rapidamente. Il Pil, insomma, come ha detto Robert Kennedy, misura tutto tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta.

L’Italia – come altre nazioni – è diventata più ricca negli ultimi 50 anni, ma non è diventata più felice. Ha perso i suoi sogni di una società più giusta, più ricca umanamente, più colta e più solidale. La patria storica del comuni ha smesso di mettere al centro della sua vita sociale la comunità locale. Abbiamo sostituito la ricerca della felicità con la ricerca della crescita del Pil (Prodotto interno lordo), e ora che il sistema economico globale sta attraversando la crisi più profonda dopo la Grande Depressione statunitense del 1929, non abbiamo più né la crescita né la felicità di una vita ricca di valori che la rendano degna di essere vissuta.
La nostra vita ha perso significato, intrappolata nella gabbia “lavoro – guadagno – spendo – consumo – getto via”. Siamo diventati dei criceti che corrono su una ruota che non li porta da nessuna parte. E ora che la ruota si è rotta, ci stiamo accorgendo che siamo chiusi in una gabbia, ne avvertiamo tutta la mancanza di significato e soffriamo, soprattutto se giovani, per il fatto che crediamo di non poter immaginare, progettare e costruire un futuro diverso. La cosa più insostenibile è che i giovani non sognano più. Siamo un paese di disoccupati. Ufficialmente due milioni e mezzo, il tasso ufficiale di disoccupazione per i giovani sfiora il 36%, ma se si aggiungono gli “scoraggiati” (chi non studia né cerca un lavoro) e i precari il numero sale sensibilmente. Non solo: i laureati sono pochi (solo il 15% dei lavoratori) e i ricercatori ancora meno (3 ogni mille occupati), entrambi fra i livelli più bassi d’Europa. Siamo un democrazia incompiuta: l’indice della Freedom House ci mette al 49esimo posto per grado di livello di democrazia, libertà politiche, libertà di stampa e diritti umani e siamo al 72esimo posto nell’indice internazionale sulla trasparenza e corruzione, solo la Grecia è più corrotta di noi in Europa.