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L’illimitata voglia di crescita ci spinge verso un utilizzo insostenibile delle risorse. Il dilemma della crescita ci ha incastrato fra il desiderio di mantenere una stabilità economica e la necessità di rimanere entro i limiti ecologici. Bisogna abbandonare radicalmente l’obiettivo della crescita per la crescita; o rendiamo la crescita sostenibile, o rendiamo la non-crescita stabile; qualsiasi altra alternativa causa collassi o ecologici o economici. Una crescita del consumo perpetua non può essere la base per la stabilità, dobbiamo identificare chiaramente quali sono le basi per un’economia sostenibile. Con un nuovo modello la stabilità economica non avrà più bisogno della crescita continua dei consumi e le attività economiche potranno rimanere dentro i limiti ecologici.
Per costruire una società della decrescita bisogna cambiare radicalmente il sistema economico, attraverso una rilocalizzazione della produzione e del consumo dei beni e degli alimenti, una forte diminuzione dei movimenti di merci e capitali, una riduzione dei trasporti, un aumento del periodo di vita dei prodotti al fine di diminuire la massa dei rifiuti. Dobbiamo avere sia prudenza ecologica sia prudenza economica nazionale, per frenare i meccanismi automatici che causano danni sociali e competizione di status.
E’ possibile avere dei tassi di crescita molto bassi senza necessariamente incorrere in aumenti della disoccupazione e turbolenze socio-economiche. Un determinato insieme di politiche (di cui le due principali sono una tassa sulle emissioni di gas nocivi e una diminuzione degli orari di lavoro) può essere in grado di garantire contemporaneamente alta occupazione, basso inquinamento e ridotti livelli di debito pubblico con l’estero anche in assenza di crescita economica. La decrescita non deve essere sinonimo di rinuncia: si tratta di diminuire ciò che non contribuisce al benessere individuale e sociale pur avendo effetti positivi sul Pil. Consumare meno può migliorare il benessere. Gandhi la chiamava “semplicità volontaria”: una vita in apparenza semplice, ma interiormente ricca.
Dobbiamo costruire strutture che diano alla gente la capacità di prosperare in modi meno materialistici. Non dobbiamo rifiutare automaticamente la novità e la produttività, ma trovare la giusta via di mezzo che è andata persa nelle nostre vite, nelle istituzioni e nell’economia. Lo stesso equilibrio deve essere ritrovato fra l’individualismo e l’altruismo, l’importanza del lavoro pubblico e sociale per il benessere delle persone.

Per prima cosa, dobbiamo ristrutturare il sistema monetario per fare tornare il potere di creare il denaro in mano alla banca d’Italia, e non alle banche private. Le banche devono tornare a fare il lavoro per cui sono state create: essere l’intermediario tra i risparmiatori e chi chiede prestiti, non per creare il 97% del denaro. Quando le banche private erogano prestiti devono trasferire denaro vero da risparmiatori a chi chiede il prestito, non creare denaro dal nulla, aumentando il debito privato. Dobbiamo poi evitare una crescita artificiale dell’economia creata dalle banche semplicemente aumentando la liquidità monetaria; dividendo il ruolo di creare denaro e le decisioni di come spenderlo fra due enti separate del governo, per evitare conflitti d’interessi. Per terza cosa, dobbiamo creare denaro solo quando l’inflazione è bassa e stabile, per evitare continue bolle economiche sempre più dannose. Infine, il denaro creato dalle banche deve essere investito nell’economia reale, dove lavorano il 98% delle persone, non solo nel mercato immobiliare e prodotti finanziari, e le banche devono essere più trasparenti su come investono i nostri risparmi.

Modificare l’assetto economico è una sfida imponente considerando quanto i suoi meccanismi si siano ormai radicati nei comportamenti individuali, d’impresa e di governo. Ma è una sfida che può essere vinta, abbandonando il consumismo e concentrandosi su un’economia affidabile, capace di resistere agli shock esterni.
La popolazione e le risorse fisiche sono le due sole grandezze che devono rimanere costanti, in equilibrio. Al contrario, qualsiasi attività che non impegni troppe risorse non rinnovabili e non contamini gravemente l’ambiente può continuare a svilupparsi senza limiti, come l’istruzione, l’arte, la musica, la letteratura, la religione, la filosofia, la ricerca scientifica, lo sport o le attività sociali.
A questo proposito, l’economista John Maynard Keynes disse: “Idee, conoscenza, scienza, ospitalità, viaggi, queste sono cose che per natura devono essere internazionali; ma lasciate che i beni siano prodotti localmente ogni qualvolta che ciò sia ragionevole e conveniente, e soprattutto, che la finanza sia principalmente nazionale.”
La crescita dei redditi non vuole automaticamente dire crescita del benessere ed infatti a volte ottiene l’effetto opposto. Il Paradosso di Easterlin (o paradosso della felicità) afferma che quando il livello di reddito è basso, un suo aumento è in grado di esercitare un forte aumento positivo sul benessere; ma quando il reddito è già alto, ogni nuovo aumento ha un impatto sempre minore. Questo appiattimento avviene in particolar modo dopo il raggiungimento di un livello di reddito pari ai 15 mila euro pro capite l’anno in un paese sviluppato, che coincide all’incirca con il reddito sufficiente a soddisfare i bisogni di base (cibo, acqua, alloggio, abbigliamento, assistenza sanitaria). Non si deve perciò abbandonare la crescita in tutto il mondo, ma la si può concentrare nei paesi più poveri dove può ancora fare una vera differenza.

La crescita economica non ha realizzato una delle grandi speranze di cui si era alimentato il suo mito: liberare l’uomo dalla necessità di lavorare. L’avvento della tecnologia non ha aumentato il tempo libero o il benessere: al contrario, l’aumento della produttività si è tramutato in un aumento del reddito pro capite invece che in una diminuzione delle ore lavorate.
Bisogna ritornare ai fondamentali: dopotutto, l’economia (e il denaro) non esistono in natura, ma sono un’invenzione umana che dovrebbe servire a farci stare meglio. Invece le risorse naturali sono un dato di natura. Ecco perché, di fronte ad una crisi legata all’esaurimento delle risorse energetiche fossili, all’aumento dei prezzi delle materie prime e a una stagnazione dell’attività economica che non sembra risolvibile con nessuno dei metodi tradizionali, abbiamo bisogno di una mentalità nuova che non deve necessariamente essere basata sulla crescita. Come dice l’economista americano Nouriel Roubini, uno dei pochi a prevedere la crisi del 2008, “per stabilizzare le economie di mercato liberali serve un ritorno al giusto equilibrio fra i mercati e provvedimenti per il bene pubblico. Qualsiasi modello economico che non risolva le disuguaglianze avrà prima o poi una crisi di legittimità.”
L’economia dovrebbe adattarsi alla realtà fisica della Terra, che non è illimitata. Gli economisti dovrebbero quindi riflettere di più e meglio su come sia possibile immaginare un sistema economico dove l’interruzione della crescita possa sposarsi con uno sviluppo prospero degli individui e della società. La finanza deve tornare a fare il proprio mestiere, che è quello di supportare la crescita delle attività davvero positive per l’umanità e il pianeta.