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Esiste una crescita positiva e sostenibile, ma anche una crescita negativa, che crea danni a lungo termine. E’ una crescita positiva quella dei posti di lavoro, delle energie rinnovabili, del benessere e dell’istruzione, quella dell’agricoltura biologica o dell’architettura sostenibile, la crescita dei risparmi delle persone, la crescita degli stipendi basata sulla meritocrazia. Ma non abbiamo bisogno, nel nuovo sistema, di una crescita del Pil, di una crescita ossessionata della produzione, di una crescita dei profitti. Abbiamo bisogno di misurare la prosperità con indici diversi.

Il progresso di una società si dovrebbe misurare in base al livello di felicità della popolazione, utilizzando non solo indici che misurano i cambiamenti positivi a livello individuale, ma anche quelli che avvengono a livello della società grazie a un forte effetto di diffusione.

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La tristezza che vediamo in così tante vite ci dice che il successo materiale non è abbastanza. Ci ha portato a una bancarotta spirituale e morale. Dobbiamo riportare nella società un senso più profondo dei motivi per cui viviamo. I beni di consumo forniscono una nuova lingua simbolica con la quale comunichiamo nella società moderna. La società consumatrice è diventata una società globale: siamo ossessionati dai beni materiali, consumati dal consumismo.

I beni materiali sono diventati la stoffa della nostra vita. Ma la prosperità non è sinonimo di ricchezza materiale: la società dei consumi ha sorpassato il punto critico dove il materialismo ormai fa diminuire il nostro benessere. Ansiosi di scappare dal ciclo del lavoro e dello spendere, soffriamo della fatica di vivere questa vita moderna. Valori materialistici come essere famosi e avere successo finanziario sono psicologicamente opposti a valori come l’approvazione di se stessi e il senso d’appartenenza ad una comunità. E’ tuttavia dimostrato che le persone con valori intrinseci sono più felici e hanno un livello di responsabilità ambientale e sociale più alta di quelle con valori materialistici.

La cultura del consumo manda tutti i segnali sbagliati, penalizzando un comportamento più ambientale e sociale e rendendo difficile vivere sostenibilmente senza sacrifici personali. L’industria pubblicitaria alimenta gli onnipresenti media che ci spingono sempre di più a consumare. L’americano medio, ovvero il simbolo del consumatore perfetto, vede 300 messaggi pubblicitari al giorno. L’acquisto di abbigliamento è raddoppiato in 20 anni. La combinazione dei media elettronici di massa e di un’industria di pubblicità di massa ha prodotto un consumo di massa mai visto nella storia dell’umanità. Il consumo di beni è diventato nella società moderna sinonimo di felicità, ma i livelli di felicità più consumiamo, più s’abbassano.

L’Italia – come altre nazioni – è diventata più ricca negli ultimi 50 anni, ma non è diventata più felice. Ha perso i suoi sogni di una società più giusta, più ricca umanamente, più colta e più solidale. La patria storica del comuni ha smesso di mettere al centro della sua vita sociale la comunità locale. Abbiamo sostituito la ricerca della felicità con la ricerca della crescita del Pil (Prodotto interno lordo), e ora che il sistema economico globale sta attraversando la crisi più profonda dopo la Grande Depressione statunitense del 1929, non abbiamo più né la crescita né la felicità di una vita ricca di valori che la rendano degna di essere vissuta.
La nostra vita ha perso significato, intrappolata nella gabbia “lavoro – guadagno – spendo – consumo – getto via”. Siamo diventati dei criceti che corrono su una ruota che non li porta da nessuna parte. E ora che la ruota si è rotta, ci stiamo accorgendo che siamo chiusi in una gabbia, ne avvertiamo tutta la mancanza di significato e soffriamo, soprattutto se giovani, per il fatto che crediamo di non poter immaginare, progettare e costruire un futuro diverso. La cosa più insostenibile è che i giovani non sognano più. Siamo un paese di disoccupati. Ufficialmente due milioni e mezzo, il tasso ufficiale di disoccupazione per i giovani sfiora il 36%, ma se si aggiungono gli “scoraggiati” (chi non studia né cerca un lavoro) e i precari il numero sale sensibilmente. Non solo: i laureati sono pochi (solo il 15% dei lavoratori) e i ricercatori ancora meno (3 ogni mille occupati), entrambi fra i livelli più bassi d’Europa. Siamo un democrazia incompiuta: l’indice della Freedom House ci mette al 49esimo posto per grado di livello di democrazia, libertà politiche, libertà di stampa e diritti umani e siamo al 72esimo posto nell’indice internazionale sulla trasparenza e corruzione, solo la Grecia è più corrotta di noi in Europa.

Come funzionerà l’economia quando sarà soggetta a rigidi limiti sulle emissioni e sull’utilizzo delle risorse, con una maggiore attenzione all’equità del lavoro e alla felicità delle persone? Quali cambiamenti avverrebbero nei consumi, negli investimenti, nel lavoro e nella produttività delle aziende? L’unica soluzione efficace alla crisi climatica è un massiccio cambiamento nel comportamento della società e nel modo di pensare della gente. Bisogna rafforzare il legame virtuoso fra le soluzioni per la crisi ambientale e quelle per la crisi economica, sociale e politica. Per prima cosa, bisogna dare un valore concreto al capitale naturale e ai servizi dell’ecosistema terrestre. La nostra capacità di continuare a prosperare all’interno dei limiti ecologici diventa il principio guida per progettare un nuovo sistema. In particolare dobbiamo identificare le opportunità di cambiamento nella società: un cambio di valori, dello stile di vita, delle strutture sociali, che ci liberi dalla dannosa logica distruttiva del consumismo. Solo con questi cambiamenti possiamo abbandonare il paradigma dalla crescita e trovare il potenziale per prosperare all’interno dei limiti ecologici e sociali; ci serve una nuova visione della prosperità, maggiore unione sociale, alti livelli di benessere, riducendo nello stesso tempo l’impatto fisico sull’ambiente.