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Propongo che più percentuali delle tasse vadano ai comuni, che sono quelli che fanno più differenza per il cittadino. Ci devono essere incentivi che proteggono i più vulnerabili; la disuguaglianza di debito privato è più alta adesso di quando lo fosse negli anni 80. Dobbiamo invertire la tendenza dell’aumento dell’ineguaglianza dei redditi, revisionare le imposte sui redditi, i livelli minimi e massimi dei redditi, migliorare l’accesso all’istruzione, introdurre misure contro il crimine, e migliorare le condizioni di lavoro in zone depresse. Il reddito minimo dovrebbe essere almeno 1.000 euro lordi al mese, 50 euro lordi al giorno e 7 euro lordi all’ora, eliminando gli eccessi dei contratti a tempo indeterminato e le carenze di quello a tempo determinato, introducendo un contratto base, semplice e trasparente, per tutti. L’Italia ha la più bassa percentuale di occupazione femminile d’Europa, e anche il numero di donne presente nel mercato del lavoro è il più basso. Introduciamo campagne di sensibilizzazione per incentivare le donne ad entrare nel mercato del lavoro e legislazioni contro qualsiasi tipo di discriminazione.

Dovremo anche ripensare la struttura dei redditi; quella attuale ricompensa risultati materialistici e di concorrenza anche se sono dannosi socialmente, come ci ha dimostrato la crisi finanziaria. Ridurre il divario del reddito manderebbe un forte segnale di quali sono i nostri valori. Un bel esempio arriva dal Giappone, dove lo stipendio degli amministratori delegati non può essere più di 20 volte tanto lo stipendio del dipendente minimo. Ci vorrebbero invece più ricompense basate sulla meritocrazia per chi insegna, a partire dall’asilo fino all’università, di chi si prende cura degli anziani o disabili e chi lavora nel volontariato, spostando l’ago della bilancia da uno stato di concorrenza a uno stato di cooperazione, in una società’ più altruista. I giovani ci dicono che vogliono più istruzione a partire dalle scuole primarie in corsi di democrazia partecipativa, corsi legislativi, corsi per l’integrazione culturale e religiosa, energie rinnovabili, agricoltura biologica, sanità preventiva, e sostenibilità, investiamo in maestri e professori istruiti su questi temi.

La spesa pubblica in Italia è di circa 800 miliardi di euro. Pari a 13mila euro per cittadino, e rappresenta circa il 50% del Pil, in linea con i paesi scandinavi, ma superiore a Germania, Francia e Inghilterra. E’ aumentata di 150 Miliardi di euro nell’ultimo decennio, 1.500 euro in più per ogni cittadino; include istruzione, sicurezza, salute, trasporti, pensioni, sistema industriale, infrastrutture, interessi sui debiti, e stipendi degli impiegati pubblici. La spesa pubblica è finanziata dalle tasse e in un momento di recessione o si riduce la spesa o si aumentano le tasse. Ridurre la spesa pubblica comporta un ridimensionamento dei servizi e il licenziamento di impiegati pubblici.

L’Italia utilizza quasi 500 miliardi di euro all’anno per la protezione sociale: pensioni, welfare e sanità. 7 mila euro all’anno per abitante, in media con gli altri paesi europei; di questi, 250 miliardi di euro all’anno sono spesi per le pensioni. Solo 32 miliardi sono allocate per servizi ai disoccupati, alle famiglie e all’esclusione sociale. Troppo poco.

La spesa sanitaria pubblica in Italia è di 115 miliardi di euro, il 7% del pil, l’8% se si include la sanità privata. 1.900 euro per abitante; rappresenta il 75% delle spese delle Regioni; siamo sotto la media europea sia per i ricoveri ospedalieri che per la spesa farmaceutica . Le famiglie contribuiscono con proprie risorse alla spesa sanitaria complessiva per una quota pari al 22%, percentuale in aumento; l’adeguatezza dei servizi sanitari si è mantenuto pressoché costante per la medicina di base e i ricoveri ospedalieri mentre peggiora quello relativo alla medicina specialistica, il pronto soccorso e l’assistenza domiciliare.

L’Italia dedica il 4.8% del Pil all’istruzione, sotto la media dell’Unione Europea, e che continua a peggiorare. La spesa più alta è in Danimarca (7,1%). Per uno studente universitario l’Italia spende 7.200 euro, la spesa in media in Svezia, Danimarca, Olanda e Regno Unito è il doppio; con l’aggravante che le spese per il personale in Italia assorbono maggiori risorse. Solo il 5% della spesa totale finisce direttamente nelle tasche degli studenti e delle famiglie sotto forma di aiuti (borse di studio, buoni libro, ecc.). In Danimarca gli aiuti coprono oltre il 16% della spesa.

L’Italia spende per il funzionamento del sistema della giustizia (civile e penale) il 0,2% del pil, in linea con altri paesi. Il costo annuo della giustizia Italia e di 4 miliardi di euro. Un esempio: per recuperare un credito: 1.210 giorni in Italia, 515 giorni in Spagna, 399 giorni in Inghilterra, 394 in giorni Germania, 331 in Francia, 300 giorni in Usa. Si calcola che lo Stato italiano spende per la giustizia 70 euro per abitante a fronte dei 56 euro della Francia, dove la durata media di un processo civile è della metà. La spesa pubblica complessiva per i tribunali e per le procure supera i 7,5 miliardi di euro l’anno ed è la seconda più alta in Europa, dopo quella della Germania, ma in risultati sono fra i peggiori d’Europa.

Il numero dei reati è costante ma l’allarme sociale, alimentato dai media, spesso prefigura una criminalità in crescita. Gli stanziamenti a disposizione della pubblica sicurezza sono stati ridimensionati e non sempre le forze dell’ordine sembrano essere in grado di contrastare efficacemente la criminalità organizzata, che domina alcuni territori del sud. Infatti le tre forze di polizia principali a competenza generale ( Polizia di Stato, Arma dei carabinieri e Guardia di finanza) sono mediamente il 10% sotto organico.

Emerge chiaramente che le risorse dedicate alla spesa sociale sono generalmente inferiori a quelli degli altri paesi, ma è decisivo l’utilizzo poco efficace e la generale mancanza di programmazione e di una idea guida. Anche nei settori dove l’Italia spende di più i risultati sono negativi. E il costo per il personale limita l’efficacia degli interventi.

L’incremento massiccio della spesa pubblica negli ultimi 35 anni non ha portato a nessun vero cambiamento della qualità della vita e un incremento di benessere sociale. Riqualificare e snellire la spesa è divenuto un imperativo urgente perché la qualità insoddisfacente della spesa distrugge il rapporto di fiducia tra il cittadino e il potere. Nel frattempo, la Felicità Interna Lorda è in rapido declino.