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L’economia attuale è insostenibile sia in termini ecologici che in termini sociali.
Per garantire un’economia affidabile, ci deve essere più equilibrio fra il settore pubblico e quello privato. Non solo riducendo l’ineguaglianza nei redditi, ma anche migliorando le condizioni socio-economiche, con un aumento di investimenti in beni pubblici e infrastrutture sociali. La grande industria è ossessionata con la massimizzazione della produttività, rimpiazzando operai con la tecnologia. La tecnologia è si importante, e bisogna cercare di restare competitivi con il resto del mondo, ma bisogna sempre trovare un giusto equilibrio fra manodopera e produttività. E’ più etico ed a volte anche più redditizio avere più lavoratori invece che licenziarne migliaia per potere acquistare la tecnologia che li rende obsoleti.
La produttività è uguale alla produzione della manodopera moltiplicato per il numero di ore di lavoro. Ma se la produzione deve avere un tetto a causa di fattori ecologici, per mantenere l’occupazione bisogna mettere un tetto sulle ore di lavoro e smetterla con frenetici investimenti per migliorare la produttività. Difatti, per prevenire la disoccupazione di massa si possono ridurre le ore lavorative, sistematicamente dividendo il lavoro disponibile più uniformemente in tutta la popolazione, con più tempo libero per tutti. Se invece di lavorare otto ore al giorno se ne lavorassero sette , l’occupazione in Italia salirebbe del 12%, da 36 milioni a 40 milioni di lavoratori, eliminando la disoccupazione e garantendo posti di lavoro in regola sia per chi lavora in nero, sia per gli immigrati, sia per le future generazioni. Meno ore lavorative per persone non vuol dire più orari di chiusura; in Italia parecchi negozi ed enti pubbliche sono aperte al pubblico troppo poco. Se si liberalizzassero quelle attività che vogliono essere aperte al pubblico 12-15-20 o anche 24 ore al giorno, sia nelle grandi industrie che in una piccola farmacia comunale, sarebbe possibile assumere ancora più gente.

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La crescita economica non ha realizzato una delle grandi speranze di cui si era alimentato il suo mito: liberare l’uomo dalla necessità di lavorare. L’avvento della tecnologia non ha aumentato il tempo libero o il benessere: al contrario, l’aumento della produttività si è tramutato in un aumento del reddito pro capite invece che in una diminuzione delle ore lavorate.
Bisogna ritornare ai fondamentali: dopotutto, l’economia (e il denaro) non esistono in natura, ma sono un’invenzione umana che dovrebbe servire a farci stare meglio. Invece le risorse naturali sono un dato di natura. Ecco perché, di fronte ad una crisi legata all’esaurimento delle risorse energetiche fossili, all’aumento dei prezzi delle materie prime e a una stagnazione dell’attività economica che non sembra risolvibile con nessuno dei metodi tradizionali, abbiamo bisogno di una mentalità nuova che non deve necessariamente essere basata sulla crescita. Come dice l’economista americano Nouriel Roubini, uno dei pochi a prevedere la crisi del 2008, “per stabilizzare le economie di mercato liberali serve un ritorno al giusto equilibrio fra i mercati e provvedimenti per il bene pubblico. Qualsiasi modello economico che non risolva le disuguaglianze avrà prima o poi una crisi di legittimità.”
L’economia dovrebbe adattarsi alla realtà fisica della Terra, che non è illimitata. Gli economisti dovrebbero quindi riflettere di più e meglio su come sia possibile immaginare un sistema economico dove l’interruzione della crescita possa sposarsi con uno sviluppo prospero degli individui e della società. La finanza deve tornare a fare il proprio mestiere, che è quello di supportare la crescita delle attività davvero positive per l’umanità e il pianeta.

La crescita del consumo senza precedenti avvenuta tra il 1990 e il 2007 è stata alimentata da una massiccia espansione del credito. L’ossessione verso la crescita è il singolo fattore dominante di un sistema economico e politico che ha portato il mondo sull’orlo del disastro; e se ascoltiamo i nostri “leader”, da Obama a Monti alla Merkel, tutti continuano a parlare dell’importanza della crescita perpetua; nonostante gli stessi fondatori della macro economia, J.S Mills e J.M. Keynes abbiano riconosciuto la necessità e la desiderabilità di muoversi un giorno verso uno “stato di capitali e ricchezza stazionario”. La supposizione semplicistica che l’efficienza del capitalismo e della tecnologia ci aiuterà a stabilizzare il clima e a proteggerci contro la scarsità delle risorse è, purtroppo, un’illusione. Un’economia costruita sull’espansione perpetua, finanziata con l’indebitamento finalizzato ai consumi, è insostenibile ecologicamente, problematica socialmente e instabile economicamente.

Il mondo non si è mai retto su un modello di consumo usa-e-getta. La saggezza di intere civiltà, dagli antichi Egizi fino ai nostri nonni contadini, ha sempre sostenuto che le risorse naturali sono una benedizione non infinita. Il modello della crescita infinita del Pil causa produzione di massa, consumo di massa e rifiuti di massa e considera le risorse naturali come potenzialmente infinite.
L’economia della crescita infinita è basata sulla produzione e sul consumo di novità continue; il governo rafforza questo modello come guida della crescita. La dipendenza alle novità continue sta alla pari con la dipendenza alla produttività, ma la crescita non porterà ad un’utopia materialistica, ad un mondo pieno di beni senza fine. Continuando in questo modo invece i nostri figli erediteranno un clima ostile, l’esaurimento delle risorse naturali, la distruzione degli habitat, la decimazione delle specie, scarsità di cibo e acqua, migrazioni di massa e guerre. Bisogna trasformare questo modello, a partire dall’Italia, tramite una Grande Transizione, per andare verso un futuro sostenibile. L’intelligenza e l’operosità degli italiani non è venuta meno, aspetta solo un’occasione per manifestarsi.