“IL SISTEMA” NEL 2013

Nel sistema attuale, se un’economia rallenta la sua crescita, la disoccupazione aumenta; diminuisce il potere di acquisto e la fiducia dei consumatori, scende la domanda di beni e nonostante si consumino meno risorse a vantaggio dell’ambiente, diminuiscono redditi e investimenti. L’economia entra in recessione, il che mette a dura prova le finanze pubbliche, proprio quando i ricavi dalle tasse scendono, i costi sociali salgono a causa della disoccupazione. I governi devono chiedere più prestiti per stimolare la domanda, aumentando così il debito pubblico. Il costo del debito pubblico quindi aumenta in un’economia in declino, gli interessi sul debito rappresentano una percentuale sempre maggiore del reddito nazionale e così l’intera nazione deve lavorare prioritariamente per ripagare il debito, perlopiù estero. Non c’è resilienza in questo sistema. Quando un’economia vacilla, i meccanismi che contribuivano alla crescita lavorano nella direzione opposta, in un circolo vizioso.

Con una popolazione globale in crescita e che nel mondo occidentale sta sempre più invecchiando, servono livelli sempre più alti di crescita economica per mantenere gli stessi livelli individuali dei redditi e compensare gli aumenti dei costi sociali e della sanità. Cosa che non può avvenire per sempre: e infatti già dal 2002, anno di ingresso dell’Italia nell’Euro, non sta più accadendo. Il modello capitalista attuale non è sostenibile e non rimane in equilibrio nel lungo periodo: la sua dinamica interna lo spinge verso l’espansione o verso il collasso. Ci ritroviamo in momento storico in cui il prezzo del petrolio continua ad aumentare, i prezzi dei beni salgono, il degrado dell’aria, acqua, foreste e suolo causano conflitti per l’utilizzo delle risorse e il problema di stabilizzare il clima globale si scontrano con un’economia fondamentalmente rotta.

Gruppi d’interesse investono in campagne pubblicizzate per fabbricare “il consenso del popolo” come se fosse un qualsiasi prodotto. Le teorie economiche ipotizzano che l’uomo è razionale e ottimizzatore, ma l’uomo sbaglia, non programma, si fa’ ingannare, segue il comportamento della massa e si fa’ trascinare dalle emozioni.
I gruppi lobby che oppongono legislatura a favore dell’ambiente sono otto volte più grossi di quelli che le promuovono. Il loro prodotto è “il dubbio”, che mettono in concorrenza con “i fatti” per promuovere “controversie”. Un memo interno dell’industria petrolifera dice “riposizioniamo il cambiamento climatico come teoria invece che come fatto.” Per esempio, la Exxon Mobil finanzia 40 gruppi per manipolare i risultati scientifici sul cambiamento climatico. Queste campagne di propaganda hanno avuto tanto successo anche perché i leader politici spesso ne sono direttamente coinvolti e anche a causa del ruolo dei mass media aziendali, che le amplificano rendendo il pubblico più sensibile alla disinformazione.
Nel ’89, le aziende petrolifere, automobilistiche e metallurgiche hanno realizzato il Global Climate Coalition (GCC), cominciando una campagna di disinformazione rifiutando l’esistenza del riscaldamento terrestre. Il picco d’intervento pubblico per salvaguardare l’ambiente infatti fu nella seconda metà degli anni 80, appena prima che questa campagna di propaganda cominciò. Durante la presidenza di G.W. Bush il ramo eseguivo era un partecipante attivo in questa politica di disinformazione sulla serietà e urgenza della crisi. La persona a capo della politica ambientale veniva dall’industria petrolifera e adesso lavora a Exxon Mobil. Metteva frasi scritte dall’industria petrolifera nei report sull’ambiente, cancellando quelle degli scienziati.

Il surriscaldamento dell’atmosfera è il più grosso fallimento nella storia dei mercati liberi e della democrazia. Storicamente, la nostra capacità di rispondere ai pericoli che minacciano la nostra sopravvivenza sono limitate a pericoli immediati: c’è un leone, scappa! C’è un nemico alle mura, difenditi! Invece la crisi climatica non stimola una risposta automatica di quel tipo, perché i benefici si vedranno nel futuro. Diventa così difficile risolvere il problema ora senza vederne immediatamente i risultati positivi. I comportamenti che hanno causato questa crisi, ovvero bruciare petrolio e carbone e l’utilizzo sfrenato delle risorse naturali, sono ormai radicati nella nostra civiltà. Visto che il cambiamento dello stile di vita di una singola persona non sembra avere un impatto sulla crisi globale, diventa difficile mutare le proprie abitudini. Le informazioni sempre più preoccupanti sulla crisi dell’ambiente causano una paralisi delle azioni dei singoli, oppure la speranza utopica che una tecnologia nuova possa risolvere il problema. Paradossalmente, davanti ad una crisi generazionale che ha bisogno di progetti a lungo termine, a causa dello stress e del bombardamento informatico, potremmo essere meno capaci di focalizzarci per decenni con una volontà collettiva su questi potenti impegni.

Tuttavia gli esseri umani, sia individualmente che collettivamente, sono capaci di fissare obiettivi a lungo termine basati su valori comuni e di portarli avanti per generazioni. Le grandi cattedrali, per esempio, sono sforzi multigenerazionali. Quando queste decisioni vengono prese producono potenti impegni per cambiare il comportamento e le abitudini, con molta flessibilità e dedizione. Non è ancora troppo tardi per prevenire un collasso della società, serve però un livello elevato di mobilitazione e di azione per fermare il cambiamento climatico, un livello pari a quello della seconda guerra mondiale dove nel giro di cinque anni metà dell’economia americana si trasformo in un’industria di guerra.

UN SISTEMA NUOVO: LA GRANDE TRANSIZIONE

Non è ancora l’opinione maggioritaria della gente di essere di fronte ad una crisi che minaccia la civiltà. Ecco perché servono altre testimonianze che ci portino a un punto critico, al di là del quale si metterà in moto una Grande Transizione, un grande risveglio, che nascerà prima del 2020. La Grande Transizione è una visione positiva del futuro: guardiamo al futuro che vogliamo costruire, cerchiamo di capire come lo vogliamo costruire e iniziamo a lavorare, senza sprecare troppe energie a valutare quanto sarà difficile se non ce la facciamo. La transizione verso un nuovo sistema economico più giusto, partecipativo e sostenibile può avvenire soltanto se promossa dal basso, attraverso la mobilitazione delle risorse del territorio, la conoscenza e le relazioni dei cittadini, delle imprese e delle organizzazioni locali. Una partecipazione locale attraverso cui la società elabori una propria visione comune del cambiamento e agisca in modo coordinato per metterlo in atto. Cominciamo in Italia. Cominciamo prima del 2020. Costruiamo subito un esercito di change-maker sul territorio che portino avanti progetti concreti localmente. Quando questa visione comune diventerà norma sociale seguirà un desiderio naturale della massa di seguire l’iniziativa e diventare parte della soluzione.

Ma quante persone servono per innescare un vero cambiamento di massa? Negli anni Cinquanta, dopo un test nucleare su un’isola della Polinesia, alcuni ricercatori ripiantarono delle palme di cocco e ripopolarono l’isola con diecimila scimmie che mangiavano questi frutti. Rimanevano però ancora tracce di radiazioni sui gusci delle noci di cocco, e quindi questi ricercatori insegnarono a quattro scimmie a lavare i gusci, pensando che queste quattro scimmie l’avrebbero insegnato a tutte le altre. Notarono però che ci volle molto tempo prima che 5, 10, 20 scimmie imparassero. La progressione dell’apprendimento fu molto lenta per le prime 99 scimmie. Quando però la centesima scimmia imparò a lavare i gusci prima di mangiare le noci di cocco, tutte le altre scimmie lo fecero a valanga e l’abitudine si diffuse quasi istantaneamente. Questo esperimento mostra che esiste un punto critico pari a circa all’uno per cento della popolazione, oltre il quale un cambiamento di massa si espande esponenzialmente. Questo un percento in Italia vale 600.000 persone. Quello che serve è un esercito di 600.000 change-maker che partecipino attivamente e portino un cambiamento concreto nel proprio paese. Quando questo succederà, non solo in Italia ma nel mondo, svilupperemo rapidamente, anche se confusamente, un piano di emergenza per tagliare le emissioni nocive e stabilizzare il clima, a qualunque costo. Ci sarà bisogno di uno straordinario livello di cooperazione globale, servirà un obiettivo chiaro e un traguardo da raggiungere. Ci saranno molti cambiamenti improvvisi e sacrifici di tutti. L’umanità entrerà in un periodo di reazione per evitare il collasso che durerà alcuni decenni. Storicamente una reazione di successo ad una crisi, come è avvenuto per la seconda guerra mondiale, richiede azioni urgenti e drammatiche a breve termine, tra 1 e 5 anni.

Come funzionerà l’economia quando sarà soggetta a rigidi limiti sulle emissioni e sull’utilizzo delle risorse, con una maggiore attenzione all’equità del lavoro e alla felicità delle persone? Quali cambiamenti avverrebbero nei consumi, negli investimenti, nel lavoro e nella produttività delle aziende? L’unica soluzione efficace alla crisi climatica è un massiccio cambiamento nel comportamento della società e nel modo di pensare della gente. Bisogna rafforzare il legame virtuoso fra le soluzioni per la crisi ambientale e quelle alla crisi economica, sociale e politica. Per prima cosa, bisogna dare un valore concreto al capitale naturale e ai servizi dell’ecosistema terrestre. La nostra capacità di continuare a prosperare all’interno dei limiti ecologici diventa il principio guida per progettare un nuovo sistema. In particolare dobbiamo identificare le opportunità di cambiamento nella società: un cambio di valori, dello stile di vita, delle strutture sociali, che ci liberi dalla dannosa logica distruttiva del consumismo. Solo con questi cambiamenti possiamo abbandonare il paradigma dalla crescita e trovare il potenziale per prosperare all’interno de limiti ecologici e sociali; ci serve una nuova visione della prosperità, maggiore unione sociale, alti livelli di benessere, riducendo nello stesso tempo l’impatto fisico sull’ambiente.

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